martedì 12 luglio 2016

Il "Nabucco" di Giuseppe Verdi nelle guerre mediorientali in Il Sussidario del 13 luglio



OPERA/ Il "Nabucco" di Giuseppe Verdi nelle guerre mediorientali

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Alisa Kolosova (Fenena). Luca Salsi (Nabucco) ®Yasuko Kageyama, Opera di Roma Caracalla  Alisa Kolosova (Fenena). Luca Salsi (Nabucco) ®Yasuko Kageyama, Opera di Roma Caracalla
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Il Teatro dell’Opera di Roma ha inaugurato la stagione estiva alle Terme di Caracalla con un nuova produzione di ‘Nabucco’ di Giuseppe Verdi. Dato che “Nabucco” viene considerato opera risorgimentale per eccellenza, quasi un’icona, prima di sottolineare le caratteristiche e le qualità dello spettacolo, vale la pena riprendere il tema su quanto Verdi possa essere considerato “il bardo” del Risorgimento e in che misura “Nabucco” può essere vista come lavoro che contribuì al movimento di unità nazionale. 
Gli storici della musica ormai concordano che Verdi acquisì una coscienza risorgimentale solo in concomitanza dei moti del 1848, della Repubblica Romana e delle guerre d’indipendenza. Il frutto fu ‘La Battaglia di Legnano’ che ebbe la sua prima assoluta al Teatro Argentina di Roma proprio durante la breve esperienza repubblicana.
Occorre, però, fare alcune precisazioni. La coscienza risorgimentale di Verdi fu limitata. Il compositore è stato essenzialmente un apolitico, fedele suddito di Maria Luigia duchessa di Parma e Piacenza sino al trasferimento a Milano (1832) e dopo di allora non ebbe alcuna manifestazione di “dissidenza” nei confronti degli Asburgo, almeno fino al termine della seconda guerra d’indipendenza. Le opere della “trilogia popolare” (“Rigoletto”, “Trovatore” e “Traviata”) non ebbero le loro prime rappresentazioni nella Milano “liberata”, ma nella Roma papalina e nella Venezia asburgica. La sua opera concettualmente più rivoluzionaria, “Stiffelio”, imperniata sul perdono dell’adulterio, ebbe la prima rappresentazione a Trieste, città che fungeva da porto e da Borsa merci e valori di Vienna.
Verdi, anzi, provava un certo disprezzo nei confronti della politica, palesato apertamente in “Simon Boccanegra”, “Don Carlo” e, soprattutto, “Aida”. Nominato senatore del Regno, non fece mistero (il suo epistolario è chiarissimo) di annoiarsi. Non potendo dimettersi, andava a palazzo Madama il meno possibile. In effetti, solo la Chiesa (quale che fosse la confessione) veniva tenuto in maggior spregio delle politica: si pensi al ruolo del Grande Inquisitore in “Don Carlo” e dei Sacerdoti in “Aida”; nello stesso “Nabucco” il vero “cattivo” è il Grande Sacerdote di Belo. In breve, la partecipazione di Verdi al movimento di unità nazionale fu sostanzialmente passiva, non come quella di Richard Wagner, rivoluzionario e nazionalista, che sin dalle prime opere (si pensi a “Lohengrin”) vagheggiava un nuovo e invincibile impero germanico. I suoi melodrammi vennero, però, letti come espressione risorgimentale da quella borghesia che andava a teatro, ne finanziava l’operatività ed era l’anima del movimento. 
Poco importa che alla prima alla Scala nel 1842 “Va’ pensiero” ricevette applausi di cortesia mentre il pubblico si spellò le mani all’inno finale a Dio (sebbene Verdi fosse un dubbioso più che un credente). Eppure, nell’immaginario, “Va’ pensiero” viene ancora oggi letto come simbolo del Risorgimento, uno dei due periodi peraltro – l’altro è il Seicento a Venezia – in cui in Europa la lirica si finanziò con le proprie gambe, ossia con i proventi della biglietteria e il supporto dei “palchettisti”.
Una delle novità salienti di questa nuova produzione è l’ambientazione. La scombinata vicenda del libretto di Temistocle Solera viene attualizzata. Siamo al giorno d’oggi tra le rovine di una città distrutta durante una guerra tra fazioni (più che Nazioni) avverse. Non ci sono segni di una Babilonia dal film hollywoodiano ma macere, fumo (forse di battaglie o di attentati) e un cielo buio e scuro. Gli ebrei vestono panni trasandati ma da civili.  I loro avversari sembrano milizie di gruppi terroristi più che un esercito organizzata. La loro guida (Abigaille) sembra una strega malvagia e sanguinosa. Ci sono buone intuizioni; ad esempio Va Pensiero viene cantato dietro i reticolati di una prigione. Ma anche molti punti irrisolti.
‘Nabucco’ è soprattutto musica, anzi voci, dato che, come in numerose opere verdiane del periodo, la scrittura orchestrale è piuttosto semplice. La concertazione è affidata a John Fiore (bacchetta frequente di teatri di repertorio o di semi-repertorio come il Metropolitan di New York); puntuale e diligente ma senza approfondimento di particolare livello. Di altissimo pregio , invece, il coro diretto da Roberto Gabbiani.
Tra le voci eccellono Luca Salsi (Nabucco), Csilla Boross (Abigaille), Vitalij Kovaljow (Zaccaria) e Alisa Kolosowa (Fenena). I primi due sono veterani dei rispettivi ruoli : Salsi lo ha cantato a Roma con la concertazione di Muti, la Boross è un buon soprano drammatico di coloratura, Kovaljow un basso profondo della scuola dell’Europa  orientale e Kolosowa un mezzo soprano usa al ‘belcanto’. Antonio Corianò è un bravo tenore ‘spinto’, ma non è un vero ‘belcantista’. A riguardo, è utile notare che Gustav Kuhn prima e Riccardo Muti, poi, hanno riproposto , con successo, ‘Nabucco’ non come melodramma di metà Ottocento ma come ultima opera ‘ belcantista’ di Verdi.-
Teatro pieno alla seconda replica (su cui si basa questa recensione) ed applausi calorosi.


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