lunedì 11 febbraio 2013

DEBITO E INFLAZIONE: IL RUOLO DELL’INFORMAZIONE IN FORMICHE FEBBRAIO



DEBITO E INFLAZIONE: IL RUOLO DELL’INFORMAZIONE
Giuseppe Pennisi
Vi ricordate la newsmetrica? Ossia la disciplina che misura come e quanto l’informazione , quindi le news , incidono sull’economia. Una quindicina di anni fa, ebbe una certa attenzione anche in Italia grazie ad un libro di Massimo Tivegna e Patrizia Chiofi su news e tassi di cambio (l’euro era ancora nel grembo degli Dei). Successivamente due volumi editi dalla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, editi tra il 2003 ed il 2005, esaminarono, il primo, come le  news influissero sulle politiche del lavoro e sul funzionamento della domanda ed offerta di personale ed il secondo l’impatto dell’informazione giornalistica sui prezzi negli anni della sostituzione della lira con l’euro. I due volumi, curati da me e da Giuseppe De Filippi del TG5,  suscitarono un certo dibattito nel 2005-2006. Successivamente, però, la newsmetrica parve finita in soffitta. Da un lato, c’erano pressanti problemi di politica economica e di finanza pubblica. Da un altro, l’industria dei media in generale cominciava ad essere travagliata da una crisi sempre più strutturale – e sempre più severa.
Ora la disciplina sta ricevendo una nuova ondata d’attenzione. A fine 2012 – inizio 2013 Anton Braun della Federal Reserve Bank of Atlanta e Tomoyuki Nakajima dell’Università di Kyoto, hanno presentato in varie banche centrali nazionali dell’eurozona  la prima puntata di un lavoro diretto a comprendere perché in numerosi Paesi, e specialmente in unioni monetarie, c’è sovente un lungo lasso di tempo (molto più lungo di quanto preconizzato dalla teoria) tra un forte aumento del debito pubblico (in rapporto al Pil) ed una spinta inflazionistica. Non solo, quando la spinta si verifica diventa presto un’impennata. In aree come l’eurozona, dove in un certo qual modo, l’inflazione effettiva è mascherata dall’armonizzazione dei prezzi al consumo nell’ambito dell’unione monetaria, il fenomeno si traduce in differenziale dei differenziali di tassi d’interesse sul debito pubblico (lo spread) : nonostante l’Italia abbia da sempre un rapporto debito pubblico:PIL molto più elevato della media dell’eurozona, soltanto nel 2011 lo spread è aumentato. E, quando, lo ha fatto, ciò è avvenuto rapidamente. Eppure un alto debito pubblico rispetto al reddito nazionale, se non curato con un forte aumento della pressione fiscale ed una parimenti forte riduzione della spesa pubblica, comporta, prima o poi, un default o implicito (tramite inflazione che spinge all’ingiù il valore dei titoli) o esplicito (allungamento forzoso delle scadenze, consolidamento).
Braun e Nakajima hanno costruito un modello econometrico dell’impatto dell’aumento dello stock del debito pubblico sul comportamento degli investitori – divisi, per semplicità, in due categorie –gli ottimisti (i quali ritengono che il Paese se la caverà e i pessimisti i quali, pensano invece che affonderà). Il modello – la cui lettura è ovviamente per specialisti – è corroborato da una vasta gamma di analisi empiriche: studi del nesso tra debito ed inflazione in 29 Paesi emergenti tra il 1993 ed il 2006, di un campione di Paesi Ocse tra il 1970 ed il 2009, dell’andamento comparato in Corea e Giappone, da un lato, in Grecia e Germania, da un altro, negli Stati Uniti e Canada, da un altro ancora. E via discorrendo.
La conclusione è che , in aggiunta ad elementi tecnici (il grado di frizioni nel funzionamento del mercato finanziario, i metodi utilizzati dai Tesori per il collocamento dei titoli), la determinante principale sono le news . Per una fase spesso piuttosto lungo i media non diffondono consapevolezza del crescente problema del debito pubblico: Quando lo fanno e gli operatori (anche gli ‘ottimisti’ )  ne prendono consapevolezza, i prezzi e/ o lo spread si muovono in a dramatic  way.
Lasciamo tirare le somme a chi scrive di economia e finanza.

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