mercoledì 5 ottobre 2011

Il grande imbroglio della liquidità che ha lasciato a secco gli istituti in Avvenire 6 ottobre

l’analisi

Il grande imbroglio della liquidità che ha lasciato a secco gli istituti


DI GIUSEPPE PENNISI

O ggi il consiglio della Banca cen¬trale europea ha di fronte a sé u¬na decisione molto difficile: il tasso d’inflazione armonizzato del¬l’Eurozona ha superato quel 2% che in base alla prima delibera della Bce do¬vrebbe rappresentare la soglia oltre la quale intervenire per 'raffreddare' l’e¬conomia ma al tempo stesso, da un la¬to, l’area ristagna (e si implorano poli¬tiche di crescita) e, da un altro, il siste¬ma bancario di alcuni Paesi dell’euro minaccia il tracollo. Quindi, da una par¬te, le regole di base della Bce impor¬rebbero un ritocco all’insù dei tassi d’interesse, ma, da un altro, la situa¬zione dell’economia reale e del settore bancario richiederebbe una strategia espansiva. Il 4 ottobre, un economista non certo key¬nesiano, Gert Peersman della Università di Ghent, ha pubblicato sull’Euro¬pean Economics Journal, un saggio documentato in cui si chiedono alla Banca politiche «non convenzionali»: tassi più bassi a favore di tutti e 'quantitive easing' (fa¬cilitazioni quantitative) per il settore bancario.

Non sta a noi anticipare quali saranno le decisioni del Consiglio Bce. Occorre, però, fornire gli elementi centrali per comprendere quello che possiamo chiamare «l’imbroglio della liquidità». Secondo dati Ocse e Fmi, nell’Eurozo¬na ci sono circa 200 miliardi di euro di liquidità, in gran misura risparmi di fa¬miglie od accantonamenti di imprese, che «non sanno dove andare». Al tem¬po stesso, non solo le agenzie di rating hanno declassato la valutazione dei ti¬toli di numerosi istituti ma – quel che più preoccupa – secondo stime (peral¬tro ufficiose, nel senso di non ancora pubblicate) della Banca dei regola¬menti internazionali gli istituti banca¬ri europei hanno urgente bisogno di ri¬capitalizzazioni per circa 300 miliardi di euro; istituti di pregio sino a poco tem¬po fa (come Dexia, che controlla in Ita¬lia il CrediOp) sarebbero alla frutta.

Perché si è bloccato l’acquedotto che porta usualmente liquidità alla banche? È in atto una crisi di fiducia all’interno del settore bancario europeo (ossia tra un istituto e gli altri e viceversa) che si riverbera inevitabilmente nell’intera-zione tra banche, da un lato, e famiglie ed imprese, dall’altro. Tale crisi di fidu¬cia altro non è che una conseguenza dell’Himalaya di debito sovrano e del ri¬schio crescente di insolvenza da parte di alcuni Stati dell’euro, di dimensioni tali da travolgere un’unione monetaria ancora in fasce. In effetti, molte ban¬che sono state attratte da alti tassi d’in-teresse di titoli di Stati del¬l’euro (illudendosi che ci fosse una garanzia colle¬giale, ossia che, all’interno della zona, le formiche sal¬dassero i 'buchi' delle ci¬cale) e ne hanno riempito le loro casseforti (o più precisamente le loro scritture contabili). Sino a quan¬do qualcuno che conosce il tedesco ha ricordato che oltre Reno il termine

Schulden (modo elegante per dire 'de¬bito') ha la propria radice etimologica in Schuld (che significa 'colpa'). Dopo quindici anni di pesanti ristrutturazio¬ni economiche per la loro unificazione, i tedeschi non hanno alcuna voglia di darsi da fare per 'colpevoli inveterati' e per banche che li hanno aiutati a per¬seguire la strada del vizio. Cosa avverrà? Fallimenti a catena come nel post-Leh¬man Brothers? Ci sono strumenti tec¬nici per evitarlo. Il servizio studi Bce ne ha esaminata una batteria in una serie di documenti interni. Tali strumenti, però, funzionano unicamente nel¬l’ambito di un continente che smette di essere anche mentalmente vecchio e ricomincia a crescere.

Oggi la Bce potrebbe tagliare i tassi

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