venerdì 14 gennaio 2011

L’asta portoghese e i dubbi della Banque de France Il Velino 14 gennaio

POL - Roma, 14 gen (Il Velino) - A Bruxelles e a Francoforte non tutti hanno stappato bottiglie di champagne ai risultati dell’asta di titoli di stato portoghese (andata molto meglio del previsto anche a ragione dei relativamente alti tassi d’interesse offerti). Li hanno stappati, senza dubbio, a Lisbona dove, invece, si temeva che gli esiti mostrassero un Paese considerato dai mercati finanziari sulla soglia dell’insolvenza. E li hanno stappati anche a Roma e a Madrid, dove le aste sono andate ugualmente bene.

A Bruxelles e Francoforte ci si prepara al vertice del 4 febbraio che dovrebbe portare a un rafforzamento della “ciambella di salvataggio” europea nei confronti dell’eurozona e quindi della stessa Unione Europea poiché le sorti della seconda sono strettamente legate a quelle della prima. Il presidente della Commissione Europea prema per un rafforzamento dello strumento. Pare che l’incontro bilaterale Germania-Italia del 12 gennaio sia stato utile ad “addolcire” la posizione tedesca. Il ministro del Bilancio Francese, François Baroin ha, però, appena dichiarato che le risorse attribuite alla “ciambella di salvataggio” sono adeguate. I francesi, vale la pena ricordarlo, sono stati nel 1989 coloro che hanno proposto, per primi, l’unione monetaria e tra i maggiori sostenitori dello strumento per sostenerne la stabilità. Sta mutando la posizione di Parigi? O c’è qualcosa di più profondo.

I commentatori economici non sono buoni segugi e lettori di letteratura economica. A mio parere, ci sono due documenti che possono spiegare molto. Il primo è un lavoro interno della Banque de France in possesso del vostro chroniqueur ma ancora inedito: il working paper n. 308 intitolato "To Be or Not to Be in a Monetary Union: A Synthesis". Il secondo è un vasto saggio su "Sovereign Risk and Secondary Markets" pubblicato nell’ultimo numero dell’"American Economic Review".
Andiamo in primo luogo al lavoro della Banque de France. Ne sono autori Lambert Clerc, Harris Dellas e Olivier Loisel; è frutto, quindi, della collaborazione tra il servizio studi dell’istituto e il mondo accademico. Nello studio si compie un’acuta analisi dei costi e dei benefici di un’unione monetaria (ovviamente si tratta di quella europea): la conclusione è che l’unione migliora il benessere, anche a fronte di tassi d’inflazione del 2-3 per cento l’anno, se gli Stati che ne fanno parte riescono a sincronizzare i loro cicli economici. In parole povere, in una situazione come l’attuale - cicli economici chiaramente non sincronizzati e inflazione in rialzo - non è l’ingegneria finanziaria a rinsaldare l’eurozona.

Andiamo ora al secondo. Ne sono autori Fernando Broner, Alberto Martin e Jaume Ventura. È uno spesso saggio di teoria economica e dimostrazioni econometriche, la cui lettura richiede formazione specialistica (mentre per la lettura del lavoro della Banque de France basta una cultura economica di base); in esso si dimostra che, se i mercati finanziari secondari funzionano bene, le insolvenze di debiti sovrani non creano alcun problema serio. D’altronde la stessa storia economica dimostra che “sovrani” grandi e piccoli hanno spesso ripudiato i loro debiti senza che derivassero grandi problemi.
Cautela, quindi, prima di chiedere ai contribuenti di mettere ulteriori risparmi nel salvadanaio europeo per la stabilità.
(Giuseppe Pennisi) 14 gen 2011 13:02
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