domenica 12 dicembre 2010

URGONO RIMEDI EFFICACI AI DIFETTI DI MAASTRICHT Avvenire 12 dicembre

URGONO RIMEDI EFFICACI AI DIFETTI DI MAASTRICHT
Giuseppe Pennisi
Nel settembre 1991 rientravo con la famiglia dalla Francia. Avevamo già stipato la macchina, dato che, al cambio, i prezzi in franchi francesi sembravano molto convenienti rispetto a quelli in lire per merci analoghe in vendita in Italia. Comprammo un portabagagli da mettere sul tetto e facemmo un’ultima ondata di spese (anche di alimentari di lunga conservazione) a Mentone prima di varcare la frontiera di Stato.
Questo episodio, simile a quelli di tante famiglie italiane in vacanza all’estero in quella estate, spiega meglio di tanti grafici ed equazioni il malessere di oggi nell’area dell’euro. Cosa era successo nei mesi precedenti? E cosa avvenne negli anni successivi?. Semplice, nel gennaio 1990, al tredicesimo riallineamento del Sistema monetario europeo (Sme) dalla sua creazione ,la lira era stata rivalutata del 4% rispetto alle altre monete. In ottobre, nonostante avessimo un tasso d’inflazione più alto della media Sme, lasciammo la fascia ampia di oscillazione (6%) per entrare in quella stretta (2,25%), più prestigiosa ma anche impegnativa per un Paese abituato a gestire la svalutazioni del cambio per favorire le esportazioni. Buon senso avrebbe richiesto di abolire prima quel che restava dei controlli valutari, aspettare qualche settimana per vedere a che livello la lira si sarebbe assestata e, solo allora, entrare nella fascia stretta. Invece, quel passo venne compiuto da una lira sovrapprezzata e che a ragione del differenziale d’inflazione, si sarebbe sovrapprezzata ancora di più. Tanto che era diventato conveniente comprare la polpa di pomodoro in scatola fuori dai confini nazionali.
In buona sostanza, c’eravamo fatti male da soli. E non eravamo gli unici a saperlo. Quando, infatti, nel 1991 siglammo il Trattato di Maastricht, i mercati si fecero una risata, che ci costrinse ad uscire dallo Sme ed a deprezzare la lira del 30%. Avremmo potuto correggere l’errore quando rientrammo nello Sme, nel 1996? Purtroppo ci trovammo nella condizione di chiedere con il cappello in mano di essere riammessi nel club, e la regola di base del negoziato di Maastricht prevedeva che i cambi non fossero oggetto di trattativa: i rapporti tra le monete di chi aspirava di far parte dell’unione monetaria sarebbero stati quelli fissati nel 1990. Fu quindi una lira “sovrapprezzata” riguardo al suo reale valore del momento quella che lasciò il posto all’euro. Per compensare lo svantaggio, avremmo dovuto applicare una terapia d’urto in materia di finanza pubblica e di politica dei prezzi e dei salari per avere tassi di aumento della produttività e della competitività maggiori di quelli degli altri, recuperando, così, lo svantaggio di cambio. Non lo abbiamo fatto: dal 1991 ad oggi la quota del “made in Italy” sul mercato mondiale si è dimezzata (dal 6% al 3%).
Un prezzo elevato per il nostro sistema produttivo quello del cambio lira-euro con il quale – vale la pena sottolinearlo – la Germania si è pagata parte dei costi della riunificazione. Siamo in compagnia: Spagna e Portogallo hanno commesso errori analoghi, mentre l’Irlanda ha avuto una breve stagione di euforiche illusioni, mentre la Grecia ha manipolato i conti.
Non è possibile rimettere l’orologio indietro di vent’anni. Non è neanche possibile uscire dall’area dell’euro: oltre alla perdita di prestigio internazionale, ci costerebbe il 5% del Pil ed il tasso di disoccupazione andrebbe alla stelle prima di un’eventuale ma assai poco probabile ripresa economica.
Un’implosione dell’unione monetaria fa paura a tutti, nonostante non si riesca a sanare i debiti sovrani di Stati al limite dell’insolvenza. Ma, piuttosto che ostentare serenità, varrebbe la pena aprire un dibattito su come rimediare ai difetti di Maastricht, anche curando i malanni che alcuni Stati membri si sono fatti da soli ma oggi sono un potenziale siluro per l’intera area.

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