mercoledì 29 settembre 2010

Perché la crisi fa bello il Fmi Il Foglio 30 settembre

Perché la crisi fa bello il Fmi
Quando nel luglio 2007 la crisi finanziaria internazionale ha cominciato a mordere, nel magnifico edificio all’angolo tra la 19sima Strada e Pennsylvania Avenue della capitale degli Stati Uniti - sede del Fondo monetario internazionale (Fmi) - si è tirato un sospiro di sollievo: il mondo entrava in crisi, quindi loro ne uscivano. E si allontanava non solo il blocco degli stipendi ma anche la paventata riduzione del 20 percento dell’organico.

Per chi non conosce i meandri delle istituzioni create a Bretton Woods nel 1944 (oltre al Fmi, le cinque distinte organizzazioni del Gruppo Banca mondiale) è difficile comprendere le difficoltà del Fondo. Mentre nel corso dei decenni la Banca mondiale ha mostrato un alto grado di “efficienza adattiva”, ossia è riuscita a re-inventare sempre se stessa (passando dal finanziamento della ricostruzione in Francia, Germania, Giappone ed Italia allo “sradicamento della povertà”), il Fondo è rimasto bloccato alla missione definita dai “padri fondatori”: aiutare, tramite prestiti a breve termine, Stati con i conti con l’'estero in profondo rosso. Ha cercato di arricchirla con vari marchingegni (ad esempio i prestiti per il riassetto strutturale), ed ora spera di trovarne una nella vigilanza. Man mano che, negli anni della crescita di buon livello dell’'economia mondiale, perdeva non solo clienti (poiché quasi tutto il resto del mondo diventava prestatore netto nei confronti degli Stati Uniti), ma anche introiti (sostanzialmente gli interessi sui prestiti). Le aree un tempo emergenti (Asia in primo luogo ma anche America Latina) non hanno esigenza di ricorrere al Fmi che raramente; il Bacino del Pacifico ha pure messo in cantiere un proprio strumento per le emergenze.

Al cambiamento dell’'economia mondiale, non ha corrisposto una modifica del sistema di governance. Mentre la Banca mondiale, è essenzialmente un’istituzione Presidenziale (a ragione delle deleghe attribuite dal CdA, che pur si riunisce mediamente una volta la settimana), il Fmi ha al proprio cuore un CdA che si riunisce tre volte la settimana e un Managing Director (attualmente il francese Dominique Strauss-Kahn) che opera su mandato specifico dei 24 Direttori Esecutivi. Il sistema di nomina dei Direttori Esecutivi è analogo al Fmi ed in Banca mondiale (e con gli aggiustamenti del caso in altre banche e fondi regionali). Un numero di Direttori sono nominati dai Governi (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito) e dispongono del 40 percento circa dei voti, gli altri, eletti da gruppi di Stati membri (Il Direttore italiano rappresenta pure Albania,Grecia, Malta , Portogallo, San Marino e Timor Leste, per un totale del 4,1 percento dei voti). Gli ex-emergenti vogliono contare di più e lamentato che i voti di cui dispongono al mondo non corrispondono al loro peso nel pil e nell’'export mondiale.

Un programma graduale di riforme, varato nella primavera 2006, ha fornito aumenti delle rispettive quote a Cina, Corea, Messico e Turchia e progressivamente innalzerà quelle di altri 54 Stati “sottorapresentati”, che fanno sentire, ad ogni occasione, la loro voce. Anche se in Italia quasi non se ne parla. Quelli che strillano di più sono i latino-americani, che avranno forse già a metà ottobre e più probabilmente tra due anni qualche poltronissima e un pesante pacco di voti in cambio (pare promessi loro specificamente da Barack Obama).

Le quote, e i relativi voti, sono solo uno degli aspetti problematici: un libro curato da Paolo Guerrieri e Domenico Lombardi ("L'’Architettura del Mondo Nuovo", Arel, 2010) mette in risalto come il CdA sia “debole” (i grandi “nominati” riferiscono ai loro Governi, gli altri si barcamenano con i loro “elettori”, pochi o nessuno dà la priorità alla missione Fmi), e “passivo” (non sollecita opinioni esterne, raramente prende posizioni dialettiche con il Managing Director).

In questo quadro si pongono i nodi del ruolo dell’'Europa nel Fondo. In base ad una cordiale intesa del 1944, il Managing Director è un europeo (mentre il Presidente della Banca mondiale è un americano). L'’Asia ha provato, senza tanto calore, a ottenere la poltrona; è più interessata al riassetto del sistema monetario (che si negozia in sedi quali il G8 ed il G20) e ai voti nel CdA. Se l’'Ue avesse un seggio unico a rotazione (con voti commensurati al suo peso nel Pil e nell’export mondiale), potrebbe disporre del circa il 30 per cento dei voti e essere l'’azionista di riferimento invece degli gli Stati Uniti con il 16 per cento dei voti (le decisioni più importanti richiedono l'’85 percento dei voti). Anche al più recente Ecofin, Francia, Germania e Regno Uniti sono restii a “perdere” i “loro” Direttori Esecutivi. L’'attuale CdA scade il 31 ottobre. Si preannuncia il solito teatrino per qualche poltrona in condominio.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giuseppe Pennisi

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