venerdì 2 ottobre 2009

DUE IDEE PER IL CONTIMENTO DI SPESA E DI PRESSIONE TRIBUTARIA L'Occidentale primo ottobre

In Italia il nodo centrale della politica economica non è se ridurre la pressione tributaria e paratributaria (come promesso da Silvio Berlusconi sin da quando andò al Governo nel 2001) ma come farlo. Sulla necessità di far sì che il fisco in senso stretto si porti via meno del 41-43% del pil, sono tutti d’accordo.
In tempi non sospetti, ossia circa 15 anni fa, Pierluigi Ciocca, economista serio e rigoroso ma mai contiguo al centro-destra, curò un libro dal titolo “Disoccupazione di fine secolo” in cui sin dalla prefazione metteva in risalto come, con la pressione fiscale in atto, per il Vecchio Continente, sarebbe stato impossibile competere con aree dove tale pressione è attorno al 20% del pil (Asia) ed aree in cui sfiora il 30% del pil (Nord America).
Il problema è come farlo. Una riduzione del prelievo è difficile in anni di vacche grasse quando l’economia tira ed è più semplice contenere la spesa pubblica (ad esempio, c’è meno esigenza di spese per ammortizzatori sociali). Lo è molto di più in anni di vacche magre (in quanto alla spesa ordinaria si aggiunge quella per il sostegno dei redditi di chi perde lavoro e di chi scende al di sotto della “soglia di povertà”).
Non è semplice in un Paese (come gli Usa) la cui moneta abbia un ruolo di valuta internazionale – e ci si può curare poco del disavanzo di bilancio e di quello , risultante dal primo, dei conti con l’estero. Lo è molto di più per un Paese che fa parte di un’unione monetaria, ancora in giovanissima età, ed i cui passi sono contrassegnate da regole precise in materia di saldi di finanza pubblica.
Occorre avere una “road map”, per utilizzare una locuzione di moda. Cincischiare di “affare la bestia” tagliando le tasse – come ha fatto nel 2007 anche chi scrive- è futile se non si fissano alcuni punti fermi di medio periodo e se nel breve periodo non si fa piazza pulita dell’Himalaya dei residui passivi e del labirinto delle “contabilità speciali” (vedi “L’Occidentale” del 25 settembre). I punti fermi di medio periodo possono essere due:
a) Il varo di una norma, meglio se costituzionale, di “sunset legislation” in base alla quale qualsiasi norma (o almeno qualsiasi norma che comporta spesa) decade se entro un certo numero di anni (cinque-sette) non viene di nuovo approvata dall’autorità deliberante preposta (Parlamento, Consiglio Regionale, Consiglio Provinciale o Comunale). In tal modo si porrebbe fine, in un arco ben definito di tempo al groviglio di 100-150.000 norme (nessuno sa quante sono) che comportano spese pubbliche e si disporrebbe di una tavola di bordo essenziale per fare ordine.
b) Imporre, come fece la prima Amministrazione Reagan tramite una norma mai cambiata dalle Amministrazione che in questi 30 anni le sono succedute, che qualsiasi provvedimento dello Stato e della autonomie sia corredato da una rigorosa analisi dei costi e dei benefici all’erario ed alla collettività, che tali analisi vengano pubblicate e vagliate se del caso da autorità indipendenti. Un percorso analogo – le programma de rationalization des choix budgettaires - è stato attuato, con successo in Francia, negli Anni 80 e 90 ed ha rimesso in sesto la finanza pubblica francese, un tempo molto sbrindellata.
Queste due indicazioni hanno un pregio: sono pratiche e concrete e possono portare al contenimento di spesa e di prelievo tributario. Un valore significativo in un mondo dove in materia si conciona da decenni senza concludere nulla.

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