mercoledì 7 ottobre 2009

CRESCERE IN TEMPI DI RECESSIONE, Il Velino 7 ottobre

Roma, 7 ott (Velino) - In questi giorni ha grande rilievo sui media il primo rapporto di ricerca – “L’Italia è un Paese bloccato. Muoviamoci!”- con cui la Fondazione Italia Futura si presenta nell’affollato mercato dei think tanks. Il documento conferma e quantizza quanto da anni afferma, forse con minor ricchezza di dati e occhiali più ottimisti, la Fondazione Censis. Ribadisce soprattutto quanto quattro lustri orsono ha scritto sull’Italia Robert Purman nel suo mirabile “Making Democracy Work.- Civic Tradition in Modern Italy” (Princeton University Press 1993) basato a sua volta sui lavori del Premio Nobel per l’Economia Douglas Cecil North. Non scalfisce sul punto centrale, anzi pare ignorarlo: l’Italia delle caste e della poca mobilità sociale è il risultato degli alti costi di transazione dell’Italia delle 150mila leggi che si accavallano le une sulle altrre, bloccando il progresso economico e civile. Analizza, poi, un tema di lungo periodo, che si cura con stabilità ed azione di governo di lungo periodo, ma, pur se rivolto, alle nuove generazioni, non sfiora il problema che forse preoccupa più i giovani: che cosa vuol dire, sotto il profilo economico, crescere (ossia diventare grandi - da bambini, ad adolescenti a giovani adulti) in una fase di recessione?

È questo forse l’interrogativo più pressante perché coloro che “crescono” oggi saranno le classi dirigenti di domani. La recessione che è stata profonda nel 2008 e nel 2009 si annuncia lunga: le stime più correnti sono che dovremo attendere sino al 2014 per tornare al pil e ai tenori di vita del 2007 – davvero come nei biblici sette anni di vacche magre. È la domanda che si sono posti due italiani che lavorano negli Usa, Paola Giuliano della University of California a Los Angeles e Antonio Spilimbergo del servizio studi del Fondo Monetario. Il loro lavoro "Growing Up in a Recession: Beliefs and the Macroeconomy" è disponibile su internet dal 7 ottobre (IZA Discussion Paper No. 4365) e può essere scaricato senza costo . È, a mio avviso, molto più importante di quello di “Italia Futura”. Continue stime econometrie basate non su un campione italiano ma sulla General Social Survey degli Stati Uniti. Tuttavia, i giovani dell’area atlantica sono sufficientemente omologati da indurre a pensare che le generalizzazioni a cui Giuliano e Spilimbergo giungono riguardano anche noi.

Le principali, ed anche le più inquietanti, sono tre. Coloro che “crescono” durante una recessione credono che il successo nella vita (sia professionale sia personale – per esempio, stabilità dei rapporti di coppia) dipende più dalla fortuna e dal caso che dallo sforzo individuale. Sostengono, poi, un maggiore intervento pubblico nell’economia, specialmente a fini redistributivi, ma al tempo stesso diffidano delle pubbliche amministrazioni e degli enti pubblici. I convincimenti politici diventano meno robusti e più contraddittori. C’è poi una conclusione trasversale: le recessioni hanno effetti di lunga durante su ciò a cui gli individui credono. Il combinato disposto – direbbero i giuristi – è che una classe dirigente cresciuta in tempi di recessione è forse ben predisposta alla redistribuzione ma non alla riduzione dei costi di transazione che frenano, più di altri elementi, la mobilità sociale.

Se ne traggono conclusioni di politica economica? Senza dubbio, occorre accelerare su quella che in gergo viene chiamata la “exit strategy”, ma è anche necessario un programma politico mirato ai giovani per riaffemare, come Cassio dice a Bruto nel “Giulio Cesare” di Shakespeare” che “il nostro futuro non è nelle nostre stelle ma in noi stessi”.

(Giuseppe Pennisi) 7 ott 2009

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