martedì 30 settembre 2008

GUSTAV MAHLER, UN CENTENARIO DA NON DIMENTICARE. Il Velino 30 settembre

In questi giorni ricorre il centenario della concezione e commozione de “Il canto della terra” di Gustav Mahler, la cui prima esecuzione tuttavia avvenne il 20 Novembre 1911, pochi mesi dopo la morte del compositore che non era riuscito a completare la decima sinfonia e che considerava “il canto” il suo addio alla vita. Nell’immaginario del pubblico meno accorto, Mahler condivide, con Wagner, una leggenda: quella di essere stato un compositore fluviale, con partiture di lunghezza smisurata e organici orchestrali straripanti. Al pari di Wagner, Mahler compose relativamente poche ore di musica. Wagner rivoluzionò il teatro in musica, ove non la musica occidentale in tutti i suoi canoni, con 13 drammi (e pochissime composizioni orchestrali). Mahler ci ha lasciato appena dieci sinfonie (di cui l’ultima incompiuta) e 43 lieder (uno di meno di quelli contenuti nel solo ciclo del “libro dei lieder spagnoli” di Hugo Wolf) un numero comunque modesto rispetto a quelli di Schubert, Schumann e Brahms). Mahler, tuttavia, rivoluzionò la sinfonia togliendola da quelle strutture formali che erano rimaste sostanzialmente immutata da Haydn a Beethoven, aggiungendovi voci e cori e fondendola con il lied (si pensi al quarto tempo della seconda, della terza e della quarta sinfonia, nonché al quinto della terza). Nella specifica forma del lied, poi, innovò la struttura giustapponendo la voce non ad un pianoforte od ad un piccolo organico ma al grande (anzi enorme) organico orchestrale post-wagneriane tipico delle sue sinfonie. C’è un’altra dimensione: nei leider mahleriani è presente quella “musica a programma” (i “poemi sinfonici” nel lessico italiano) tipici della musica tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che in molte polemiche accademiche e giornalistiche, Mahler affermava di respingere in toto.
Questi aspetti che potrebbero sembrare tecnici sottoindentono una dimensione spesso trascurata: i lieder sono, ancor più delle sinfonie, espressione della crisi della cultura europea in generale, e di quella Mittleuropea in particolare, in una fase a cavallo tra i due secoli. Nei lieder- dal giovanile “canto del lamento” all’estremo “canto della terra”- Mahler ricorre alla fiaba (medioevale, rinascimentale, cinese) per meditare su come egli stesso percepisce un cambiamento che avverte essere epocale ma del cui futuro non afferra i contorni (per avendo piena consapevolezza di quelli del passato e del presente). Forse proprio a ragione di questo aspetto, i lieder di Mahler sono stati relativamente poco “popolari” (almeno in Italia) per decenni, mentre adesso (in una nuova fase di transizione tra due secoli) attirano vasto pubblico, soprattutto di giovani.
Negli ultimi anni a Roma, si sono potuti ascoltare, fianco a fianco, il “canto del viandante” (o, in traduzione letterale, di “uno che va”) nella stagione dei concerti dell’Accademia di Santa Cecilia e “il canto della terra” (in quelle sia dell’Accademia di Santa Cecilia sia dell’Orchestra di Roma e del Lazio, l’Orl, sia dell’Orchestra sinfonica di Roma). Il “canto del viandante” è il risultato di un’infelice passione del compositore per una cantante. E’ un lavoro nato di getto quando il compositore era tra i 24 ed i 25 anni e si stava appena accostando alle grandi cattedrali sinfoniche. I lieder, messi in musica da Mahler su propri testi, non sono il ritrattato di un pallido innamorato schubertiano; in essi si avverte un effetto di straniamento doloroso, “fin de siècle” invece che byroniano. I colori sono già quasi quelli dell’espressionismo, più che quelli del tardo romanticismo.
.Il più conosciuto “canto della terra” è uno struggente commiato dal mondo, in chiave di trovata serenità Zen, opera di cui poco prima di morire il grande direttore d’orchestra Jascha Horenstein disse “una delle cose più tristi di lasciare il mondo è il non potere più ascoltare il Das Lied von der Erde”.
Das Lied von der Erde non richiede presentazione . Nelll’esecuzione romana più recente a cui ho assistito (il 21 aprile scorso all’Auditorium di Via della Conciliazione) Francesco La Vecchia ha superato brillantemente la maggiore difficoltà: l’equilibrio tra il vasto organico orchestrale e le due voci. Ha dato enfasi ai fiati (oboe, fagotti, controfagotti) ed alle arpe in modo da soffondere l’esecuzione di quel senso di melanconia in viaggio verso l’estrema serenità che è il tratto saliente della partitura. Kostantin Andreyev è un tenore lirico con una tessitura che gli permette ruoli spinti. E’ dotato di un timbro chiaro, trasparente, e di un legato morbido. E’ stato ascoltato di recente a Roma in “Rusalka”. Un suo limite è il volume; ha dato una lettura, nel complesso, generosa ed agile di una parte scritta, però, per un baritenore e spesso affidata ad un baritono; particolarmente brillante nel Der Trunkene in Frühling . Di grande livello Silvia Pasini (che sembra sia transitando da una vocalità da mezzosoprano ad una da contralto, come richiesto dalla partitura) specialmente nello struggente, e per l’interprete terrificante, Der Abschied finale.

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