mercoledì 30 luglio 2008

Flop del Wto. Vincitori e vinti della mancata liberalizzazione degli scambi L'Occidentale del 30 luglio

Sul lago Lemanno, al termine delle lunghe notti ginevrine, non sempre sorge il sole. Lo avevamo avvertito su “L’Occidentale” del 21 luglio commentando l’inizio della sessione straordinaria della trattativa Dda nell’ambito Wto-Omc con la quale si tentava di portare a conclusione positiva il negoziato iniziato circa otto fa. Avevamo anzi previsto che l’esito sarebbe stato molto probabilmente negativo, aggiungendo che, anche se si fosse arrivati, alla parafasi di un accordo minimale , la ratifica (specialmente da parte del Congresso Usa) sarebbe stata molto problematica. Anzi, verosimilmente non sarebbe mai avvenuta specialmente nell’eventualità di una vittoria di Barack Obama alle elezioni di Novembre. Ieri sera, 29 luglio, un comunicato secco del Wto/Omc ha informato che i negoziati erano “collapsed”, falliti: su 20 punti all’ordine del giorno, le posizioni delle delegazioni sembravano convergere su 18, ma distanziarsi sempre di più sulla 19sima- le misure speciali di salvaguardia a favore dei Paesi in via di sviluppo. Le cronache sui quotidiani economici di questa mattina riferiscono alcuni dettagli delle ultime giornate del negoziato; la stampa di domani sarà probabilmente ancora più dettagliata. Le specifiche delle ultime mosse negoziali prima della conclusione di non poter giungere ad un accordo, neanche minimale, confermano puntualmente quanto previsto da “L’Occidentale” del 21 luglio.

Chiediamoci ora chi ha vinto e chi ha perso e quali saranno le conseguenze di breve e medio periodo. Per il vostro “chroniqueur”che lavora su questi temi da oltre 40 anni (il suo primo libro in materia è stato edito da Il Mulino nel 1967), i vincitori sono i Paesi emergenti (India e Cina in primo luogo) non però per le ragioni evidenziate oggi sulla stampa economica (l’abilità negoziale delle loro delegazione) ma perché hanno dimostrato quanto sostenevano (India, Messico ed altri Paesi) già circa 20 anni fa, quando il Wto/Omc venne, con tanta pompa, creato: la macchina negoziale costruita nel 1948 per 23 “Parti contraenti” del Gatt non è affatto adatta ad un organizzazione che ha 153 Stati membri. I 153, a loro volta, si raggruppano i vari sotto-gruppi (il G77, il G33, il G20) con interessi simili ma non identici. Nel contempo la sala dei negoziati (la “Green Room”) contiene, fisicamente, non più di 40 Ministri dando luogo a problemi di protocollo (e di permalosità) d’ogni genere. Negli Anni 60, l’accordo che portò al successo dell Kennedy Round venne definito tra una dozzina di persone, a Villa Le Bocage, nello studio dell’allora Direttore Generale, Sir Wyndham White, un amabile, ed astuto, avvocato britannico, al termine di una lunga notte in cui ci si sosteneva a base di brandy & soda. Un approccio impensabile adesso con oltre duemila delegati al seguito, oltre che interessi divergenti anche all’interno di gruppi relativamente omogenei come l’Ue. Il fallimento prova l’urgenza di ripensare una macchina che, come allestita, non può funzionare.
A rendere il quadro ancora più complicato, ove mai ce ne fosse bisogno, Ue ed Usa non hanno mostrato alcuna compattezza “atlantica” rispetto al resto del mondo. Ove ciò non fosse abbastanza grave, due dei protagonisti (ambedue europei) del negoziato non sono “free trader” ossia convinti difensori del libero scambio. L’attuale direttore generale dell’Omc Pascal Lamy è un cattosocialista francese, cresciuto nel sindacato cattolico e nell’alta burocrazia d’Oltralpe ed a lungo capo di Gabinetto di Jacques Delors. Il Capo della delegazione Ue Peter Mandelson è un laburista a lungo alla presidenza di quel Policy Network che ha avuto per un lustro l’ambizione d’essere il laboratorio dell’Ulivo mondiale di prodiana memoria; è più interessato a convegni della sinistra riformista (è molto amico di Massimo D’Alema) che ai dettagli negoziali. Accanto a loro, il Ministro indiano del commercio con l’estero Kamal Neth è apparso come un gigante sotto il profilo sia tecnico sia politico.
Nel breve termine, il colpo alla credibilità del Wto/Omc è molto forte. Ed avviene in una fase di grande travaglio dell’economia internazionale a ragione sia del protrarsi della crisi finanziaria, innescata dai mutui subprime, sia dagli squilibri mondiali delle bilance dei pagamenti sia dai corsi delle materie prime. Il Dda- ricordiamolo – avrebbe dovuto tirare su il morale all’economia mondiale dopo l’11 settembre 2001. I suoi esiti rischiano di aggravare ulteriormente la crisi di fiducia attualmente in corso.

Sotto il profilo quantitativo, le stime più aggiornate sono in un lavoro recente curato da Paolo Guerrieri e Luca Salvatici (“Il Doha Round ed il Wto – Una valutazione quantitativa degli scenari di liberalizzazione commerciale”, Il Mulino 2008). Utilizzando modellistica computabile di equilibrio economico generale, i benefici del Dda (ove si fosse concluso positivamente e secondo un accordo non “de minimis” ) sarebbero stati pari allo 0,1%-0,4% (secondo le ipotesi specifiche relative ai risultati) del pil dei Paesi aderenti al Wto. Non è, quindi, il caso di stracciarsi le vesti.

Più costruttivo esaminare come riformare la macchina negoziale. Non mancano proposte concrete: tra le tante merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy (un centro di ricerche tedesco) ed il Center for Economic Policy Resarch (un centro studi americano). Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti , differenti da quelli attuali sia in durata (oggi durano 6-10 anni superando, quindi, i cicli politici) sia in scopo (oggi cercano di abbracciare tutti i problemi degli scambi mondiali).

Glossario
Dda Doha Development Agenda – Negoziato sulla liberazione degli scambi iniziato a Doha nel Qatar nel novembre 2001
Gatt General agreement on tariffs and trade- accordo “provvisorio” per dare un quadro ai negoziati multilaterali sugli scambi in attesa dell’Ito, Organizzazione internazionale del commercio, i cui statuti non sono stati mai ratificati dal Congresso Usa.
Wto/Omc Organizzazione Mondiale del Commercio

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