sabato 2 giugno 2007

PER IMPARARE, GIULIANO AMATO ENTRA IN MOSCHEA

“Giuliano Amato col turbante/ va alla Moschea in elefante”- Lo si canticchia nei corridoi del Viminale, parafrasando una canzone di Jonny Dorelli nella commedia musicale “Accendi la lampada” di circa 30 anni fa. L’ironia è garbata e si riferisce agli avvertimenti lanciati dal Ministro dell’Interno a metà maggio secondo cui in alcune Moschee del nostro Paese si anniderebbero covi di terrorismo, o quanto meno punti di collegamento con il terrorismo internazionale di matrice islamica. Amato (è noto) ama canticchiare anche lui (quando è di buon umore) ed ha uno spirito sportivo. Quindi non se la prende più di tanto.
A ragione del suo interesse per le disciplina economica (e dell’esperienza fattane in più incarichi di Governo e non solo) continua ad analizzare il terrorismo pure con gli occhiali della “triste scienza”. Lo ha interessato in particolare un lavoro di Bruno Frey e Dominic Rohner (“”Blood and Ink! The Common-Interest-Game Between Terrorists and the Media”, “Sangue e inchiostro – il gioco dell’interesse comune tra terroristi e media”), di cui ha avuto la versione in corso di pubblicazione a cura del CESIfo (un istituto di ricerca anglo-tedesco). Il lavoro di Frey (che insegna a Zurigo ma visita di frequente l’Italia) e Rohner (che opera a Cambridge, nel Regno Unito) presenta un modello formalizzato (in base alla teoria dei giochi) dei nessi tra terrorismo e media. Lo applica empiricamente ed un gran numero di attentati ed all’eco avutasi sulla stampa; la strumentazione matematica predice con notevole accuratezza gli episodi e spiega anche perché tendono ad essere più sanguinosi nei Paesi in via di sviluppo che in Europa e negli Usa. Il modello, quindi, promette di essere di grande utilità per i servizi impegnati nella lotta al terrorismo.
Un altro lavoro proveniente in gran misura dalla Svizzera (e già pubblicato dal CESIfo come working paper n. 1935) lo interessa :”Does Terror Threaten Human Rights? Evidence from Panel Data” (“Il terrorismo minaccia i diritti umani? Dimostrazione statistica) di Axel Dreher e Martin Gassbner (ambedue dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia) e Lars H.R: Siemers (dell’Istituto di Studi Economici di Essen). Utilizzando dati per 111 Paesi nel periodo 1973-2002, l’analisi esamina in che misura il terrorismo ha effetti negativi sui diritti umani. La conclusione (sulla base di tre indici aggregati di varie tipologie di diritti umani) è inquietante: il terrorismo indebolisce le garanzie basilari perché i Governi (quale che sia il loro colore) tendono a sospenderle. Spesso affievolisce pure i diritti civili.
Altra lettura interessante (ma compendiosa) il volume (in corso di pubblicazione presso la Nova Science Publisher di New York) del politologo Arno Tausch della Università di Innsbruck “Against Islamophobia: Quantitative Analyses of Global Terrorism, World Political Cycles and Center Periphery Structures” (“Contro l’Islamofobia- analisi quantitativa del terrorismo mondiale, dei cicli politici internazionali e dei rapporti tra centro e periferia”). Lo ha ricevuto da Tausch in persona, il quale conosce bene l’Italia e si proclama simpatizzante dell’attuale maggioranza. Il compendioso studio (in cui vengono declinate storia, cultura, dottrine politiche e alta matematica applicata) sostiene che la crisi dei nostri tempi, ed il terrorismo da esso generato, non sono da imputarsi alla cultura mussulmana od alle migrazioni ma all’iniqua distribuzione del reddito e soprattutto della ricchezza e della accumulazione di capitale e della “dipendenza” di parte del Sud del mondo dal Nord. Da un’analisi statistica di 140 Paesi, Tausch conclude che quelle mussulmani sono i più rispettosi dei diritti umani. Amato fa, dunque, bene ad andare alla Moschea (senza o con il turbante). E può fare a meno dell’elefante. Sempre che vi si rechi per pregare. Ed imparare.

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