martedì 15 maggio 2007

SU ALITALIA PRODI CERCA DI METTERE A SEGNO UN ALTRO COLPO

Entra in dirittura di arrivo il beauty context per la cessione dell’Alitalia. Beauty context è un termine tecnico che indica gare effettuate per spogli successivi delle offerte al fine di individuare quella che più si avvicina all’idea di ciò che la stazione appaltante vuole acquistare. Si distingue dall’asta di cui parla spesso il Presidente del Consiglio in quanto un’asta deve essere basata su un capitolato dettagliato e puntuale e sul raffronto, tecnico e finanziario, delle offerte rispetto a tale capitolato. Il beauty contest è la procedura utilizzata da Francia, Germania, Italia ed altri Paesi per la vendita delle licenza utms e già messa in atto nel 1994 per la concessione al secondo gestore di telefonia mobile. Il metodo viene impiegato di raro per beni e prodotti industriali, tranne che nel caso di una forte componente di ricerca ed innovazione.
Queste notazioni sono essenziali per afferrare a pieno i contenuti politici oltre che economico-finanziaria dello scarno comunicato del Ministero dell’Economia secondo cui tutti e tre candidati in corsa per la privatizzazione di Alitalia restano in gara nella fase finale, la due diligence per arrivare a offerte definitive vincolanti. I tre sono Ap Holding che controlla AirOne, i russi di Aeroflot con Unicredit Banca Mobiliare, e gli americani del fondo Tpg con MatlinPatterson e Mediobanca. Il comunicato precisa che i tre contendenti saranno ammessi alla “data room” dal 24 maggio e che il termine di presentazione delle offerte definitive è previsto per la fine di giugno.
Il comunicato non precisa se le cordate possono essere ampliate, facendo entrare altri partner (in condizioni di soci di minoranza). Non indica neanche se la stazione appaltante ha definito a questo punto una definizione più precisa e più trasparente del concetto di “italianità”. Non si tratta di mere dimenticanze. Se non giungono, tra oggi e domani, ulteriori chiarimenti, queste lacune (su punti della procedura che potranno rivelarsi cruciali negli stadi ulteriori) denotano che la stazione appaltante (ossia Prodi, TPS & Co.) vuole fruire della più ampia discrezionalità (come è comunque caratteristica di un beauty contest rispetto ad un’asta. Assumono un rischio calcolato: che a fronte di un ricorso di un contendente non soddisfatto delle decisioni che verranno prese, la Corte di Giustizia Europea non impugni la gara. Il rischio è calcolato in più ragioni: le condizioni finanziarie dell’Alitalia, da due anni considerata “tecnicamente fallita” e quindi poco appetibile; la possibilità di compensare in altro modo eventuali contendenti scontenti; le lunghissime procedute Ue.
Sotto il profilo superficiale, il nocciolo politico sarebbe nelle conversazioni (non tanto riservate) tra il Ministro delle Finanze russo, Alekseij Kudrin, ed il Ministro italiano dell’economia, Tommaso Padoa-Schioppa. Il primo avrebbe rassicurato il secondo della serietà dell’offerta Aeroflot. In effetti, il gioco è più complesso. Romano Prodi ha centrato due colpi negli ultimi mesi, nel percorso per costruirsi un serie di aziende collaterali tali da fare forza alla sua pattuglia di parlamentari e membri del Governo ed ottenere così lo scettro del nascituro Partito Democratico: l’operazione San Paolo-Intesa e la conclusione della vicenda Telecom. Il resto dell’Unione ne è consapevole. La triade di grandi aziende collaterali al gruppo prodiano non piace affatto a molti elementi della sinistra. Non vogliono che vada a segno anche la terza boccia: la cessione dell’Alitalia alla Air One, considerata, a torto o a ragione, collaterale a Prodi. Questa dimensione politica interna è pure più importante di quella internazionale: gli accordi tra Eni e Russia, l’esigenza di controbilanciare la partnership mediterranea (sta riacquistando prospettiva pure l’intesa Autostrade-Abertis) con alleanze ad Est. In breve, gli alleati non gradiscono che Prodi (ed i suoi) si rafforzino tanto da rendere impossibile uno sfratto da Palazzo Chigi il giorno che chi ha gli elettori lo riterrà opportuno. Quindi, le pressioni per dare la facoltà di ampliare al Monte dei Paschi di Siena (o ad altri) la cordata AP Holding, sostenuta da Intesa-San Paolo (istituto bancario colleteralissimo a Prodi) pare non abbiamo avuto, per il momento, effetto. Sarebbero state rintuzzate pure quelle per dare una definizione più stringente (e dunque più favorevole ad AP Holding) del concetto di “italianità”.
L’offerta dell’Aeroflot (in partnership con Unicredito) si basa su un piano industriale la cui credibilità sta crescendo di giorno in giorno: far diventare l’Alitalia la quinta “A” di un sistema Italia basato su Abbigliamento, Alimentazione, Arredamento, Arte. L’Alitalia diventerebbe la costola di superlusso di una grande compagnia mondiale. Solamente prima classe, poltrone comodissime, televisioni al plasma, telefoni satellitari, cucina a bordo da Vissani, stampe d’autore alle pareti, uniformi firmate Valentino. L’Aeroflot è interessata ad avere un ramo di superlusso perché non è più l’aviolinea “proletaria” dove si viaggiava ammassati in poltrone strettissime, agli ordini di hostess robuste e con accanto passeggeri con galline in cesti di vimini. Ha affrontato una dura ristrutturazione , riorganizzato le proprie tratte, dato la priorità sul mercato dell’Eurosia e si è dotata di una flotta di 88 jet, di cui 52 Tupelov e Ilyushin, 25 Airbus ed il resto suddiviso tra Boeing e McDonnel-Douglas. Ha appena ordinato 22 Aibus A350-XWB. Con i conti in ordine è pronta ad entrare alla grande nel mercato del lusso (non solo eurasiatico o per i nuovi magnati della Russia e dell’Asia centrale) ma mondiale. E per una parte della maggioranza (che non ama Prodi) ciò calza a pennello.
L’ultima fase del beauty contest si annuncia turbolento. Allacciate le cinture.

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