sabato 21 ottobre 2017

Giuseppe Di Stefano: una vita che non sia mai tardi di un tenore per caso il Il Sussidiario del 21 ottobre



LETTURE/ Giuseppe Di Stefano: una vita che non sia mai tardi di un tenore per caso
Il musicologo Gianni Gori ha dedicato un pregevole studio alla vita e alla carriera di "Giuseppe Di Stefano: voglio una vita che non sia mai tardi". GIUSEPPE PENNISI 21 ottobre 2017 Giuseppe Pennisi
La copertina del libroLa copertina del libro
Il musicologo Gianni Gori ha dedicato un pregevole studio alla vita e alla carriera di Giuseppe Di Stefano: voglio una vita che non sia mai tardi (pp.168, Zecchini Editore, euro 20). Gori chiama giustamente la voce di Di Stefano un tesoro scoperto per caso. 
"Pippo", come lo hanno sempre chiamato amici, colleghi e fan, passa la giovinezza a Milano, dove i genitori si trasferiscono alla ricerca di migliori condizioni economiche e dove il padre trova un modesto impiego come calzolaio e la madre fa la sarta. Viene educato in un seminario dei Gesuiti meditando per qualche tempo di avvicinarsi al sacerdozio. Successivamente, grazie all'amico Danilo Fois che lo trascina per ore e ore al loggione della Scala, inizia a dedicarsi al canto, formandosi in modo frammentario presso vari maestri le cui lezioni vengono pagate da Fois e da altri amici. 
Nel 1938 vince un concorso di canto a Firenze. Allo scoppio della guerra viene arruolato nell'esercito, finendo ripetutamente in cella per il suo comportamento. Grazie ad un ufficiale medico che lo giudica "più utile all'Italia come cantante che come soldato", sfugge allo sterminio del proprio reggimento nella campagna di Russia ed ottiene una licenza per una convalescenza fittizia poche ore prima di una  nuova  partenza per il fronte. Inizia quindi un'attività come cantante di musica leggera ed avanspettacolo con lo pseudonimo di Nino Florio, in quello che descrive come "bombardamenti a parte, il periodo più bello della mia vita". Trascorre l'ultimo periodo della guerra in Svizzera, dove ha l'opportunità di esibirsi presso la radio di Losanna, alternando brani lirici e canzoni (rimangono al riguardo alcune registrazioni acquisite dalla EMI). Quindi, un "tenore per caso".
Tornato a Milano dopo il termine del conflitto, riprende le lezioni di canto e, dopo alcuni piccoli ruoli, debutta ufficialmente il 20 aprile il 1946 a  Reggio come protagonista di Manon, iniziando rapidamente un'intensa attività in teatri di provincia e anche in sedi più importanti, come Genova (Rigoletto),Bologna), Venezia  (I pescatori di perle). Bruciando le tappe, inizia inoltre la carriera internazionale inaugurando la stagione del Gran Teatro del Liceu di Barcellona , ancora con Manon. Con il medesimo ruolo, il 15 marzo del 1947  debutta alla Scala, mentre il 25 febbraio del  1948 , come Duca di Mantova nel Rigoletto, è la volta del Metropolitan di New York del nel quale sarà una presenza fissa fino al 1952. Nel 1951, con La Traviata a San Paolo del Brasile, diretta da Tullio Serafin, inizia il legame artistico con Maria Callas
La sua a carriera si sviluppa in tutti gli altri più importanti teatri del mondo, Tappe fondamentali, rimaste nella storia dell'opera, sono alcune rappresentazioni alla Scala, tra le quali Lucia di Lammermoor nel 1954 con la Callas e la direzione di Herbert von Karajan, Carmen  nel 1955, con Giulietta Simionato e ancora Karajan sul podio, La traviata, nello stesso anno, sempre con la Callas, nella storica edizione con la regia di Luchino Visconti, Tosca nel 1958, in occasione del rientro alla Scala dopo diversi anni di Renata Tebaldi.
Dalla seconda metà degli anni sessanta inizia a sfoltire progressivamente gli impegni operistici, privilegiando recital e concerti, dedicandosi anche all'insegnamento e tenendo seminari e stage di canto. Ottiene inoltre un grande successo in Germania come interprete di operette (che esegue in lingua originale), in quel paese genere nobile e molto amato. Da segnalare anche la partecipazione al Festival di San Remo con la canzone Per questo voglio te Nel 1973  è ancora una volta partner di Maria Callas nella sua ultima tournée mondiale, che ha un eccezionale successo di pubblico, ma che si interrompe poi bruscamente.
Il saggio di Gori non è una mera biografia che si aggiunge alle altre su Di Stefano. Ne analizza la voce morbida, dall'inconfondibile  timbro caldo e ricco e notevolmente estesa, nonché  per la dizione chiarissima, il fraseggio appassionato, il modo interpretativo accattivante e la squisita levità dei pianissimi e delle sfumature; tutti elementi che gli hanno anche consentito una straordinaria ecletticità, che pochi altri tenori possono vantare, ma che ne ha probabilmente abbreviato la tenuta vocale. Ho avuto il piacere di ascoltarlo quando ero giovane; una voce incomparabile.
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mercoledì 18 ottobre 2017

L’incanto della Rondine rivive a Firenze in Rivista Musica del 18 ottobre



  • L’incanto della Rondine rivive a Firenze

L’incanto della Rondine rivive a Firenze


PUCCINI La Rondine. E. Bakanova, M. Desole, H. Torosyan, S. Antonucci, M. Mezzaro, D. Shikhmiri, R. Park, A, Gramigni, F. Longari, M. Pluda, G. Frasconi, G. Mazzei, A. Corbisiero, E. Bazzo, T. Bellavista, T.M. Fogarasi, D. D. Jenssens, C. Messeri, H. Watanabe, A. Vacanti, D.Palmieri; Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino, direttore Valerio Galli regia, scene, costumi e luci Denis Krief

Opera di apertura della stagione 2017-2018, La rondine di Giacomo Puccini è arrivata a Firenze, città dove non è mai stata rappresentata, nel centenario della prima rappresentazione, svoltasi a Montecarlo del 27 marzo 1917. La partitura, completata nell’aprile 1916, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, fu poi rimaneggiata da Puccini in diversi momenti. Per l’inaugurazione della stagione, il Maggio presenta la versione originale ed un nuovo allestimento concepito dal regista Denis Krief, che firma anche scene e costumi e luci. Sul podio Valerio Galli, che torna al Maggio immediatamente dopo aver diretto Tosca, l’ultimo dei tre titoli della “maratona” pucciniana, con Butterfly e Bohème, che ha riscosso un grande successo di pubblico.
Nel catalogo pucciniano, La rondine è tra le meno conosciute e rappresentate, nonostante specialisti come Alfredo Mandelli e Fedele D’Amico la considerassero un vero capolavoro del compositore lucchese. Cosa rappresenta La rondine nella storia della musica e per quale motivo ha avuto, sino a tempi recenti, così poco successo, tanto che se ne contano rari allestimenti ed anche le edizioni discografiche scarseggiano?
Come detto, nasce verso il 1914 come tentativo di scrivere (con Giuseppe Adami) un’operetta che piacesse al grande pubblico e, quindi, “tirasse” al botteghino. Non è, però, un Die Fledermaus con qualche spruzzatina di Der Rosenkalier, nonostante si riscontrino elementi sia del primo (soprattutto nella situazione scenica del secondo atto) sia del secondo (nella scrittura musicale). Non è neanche una “Traviata dei poveri”, come fu definita, con toni sprezzanti, da alcuni critici negli anni Venti e Trenta, prima che sparisse quasi dal repertorio per rientrarvi poco più di un quarto di secolo fa. È opera modernissima sia nell’argomento sia nella partitura.
Ha come tema centrale un’avventura, con finale ambiguo ed aperto, proprio come quella del film di Michelangelo Antonioni di circa sessanta anni fa. Magda, bella donna sulla trentina, è legata a Rambaldo, ricco cinquantenne che la mantiene, un “fidanzamento stagionale” (come quello tra Franco e Anna nel film di Antonioni) o poco di più. Incontra quasi per caso Ruggero, venticinquenne o giù di lì, appena sbarcato dalla borghesia di provincia nel bel mondo parigino (così come, in una gita in barca, Franco incrocia Claudia). Se ne invaghisce e decide di portarselo a letto, come si addice in un contesto in cui “si vive in fretta: ‘mi vuoi? ti voglio’. È fatto”. Oggi si scambierebbero numeri di cellulari; allora, lei lo rimorchia in una sala da ballo. Però “imperversa una moda nel gran mondo elegante: l’amor sentimentale”. L’avventura (come quella di Franco e Claudia ne L’Avventura di Antonioni) non dura una notte sola o poco più. I due finiscono in Costa Azzurra, sino a quando Magda si accorge che Ruggero è un gran bravo ragazzo che fa sul serio (come Claudia rispetto a Franco). Tanto sul serio da considerarla “non l’amante ma l’amore”, e di scrivere alla madre per chiederne “la santa protezione”. Di fronte a qualcosa di molto di più di un “fidanzamento stagionale”, nonché a confronto con il proprio passato, Magda se ne va. Non sappiamo dove, lasciando tra i singhiozzi un Ruggero che, prima o poi, tornerà a Montauban, dove “le ragazze son molto belle e semplici e modeste” (e forse impalmerà una di loro). A questa avventura quasi contemporanea (anche a Parigi o a Milano, prima di sposarsi si vuole essere certi di andare d’accordo con la suocera!) Puccini affida una partitura anch’essa modernissima: l’orchestra richiede un grande organico e le voci devono avere incorporato la lezione del “parlar cantando” di quel Der Rosenkavalier che solo da poco più di un lustro prima aveva riformato, quasi senza volerlo, il modo di fare teatro in musica.

Puccini, dopo la tiepida accoglienza che l’opera ottenne a Bologna, in occasione della prima italiana pochi mesi dopo il trionfo monegasco, disse della Rondine: “Vedranno i posteri che bijou!”. Fu forse a causa del soggetto che il pubblico bolognese e la critica si mostrarono disorientati e scettici: si attendevano un’operetta o un’opera di passioni ardenti come Puccini — l’operista italiano par excellence dell’epoca — li aveva abituati, con titoli come Manon Lescaut, Bohème, Tosca, Butterfly e La fanciulla del West e si trovarono di fronte una commedia borghese che si concludeva con la rinuncia da parte della protagonista Magda al grande amore per il giovane Ruggero. L’opera quindi, salvo poche occasioni, uscì dai cartelloni dei teatri e divenne una delle sue meno rappresentate in assoluto considerata addirittura un’opera minore.
Tuttavia Puccini aveva ragione: La rondine è un vero gioiello, un lavoro di primo piano della maturità artistica di Puccini. È un’opera di grande valore e bellezza in cui vi è tutto il compositore: dal canto di conversazione già sperimentato fin da Bohème in cui si aprono squarci lirici affascinanti, alla sottigliezza psicologica con cui sono tratteggiati musicalmente i vari personaggi, dall’uso di motivi ricorrenti che accompagnano i protagonisti ad una strumentazione raffinata. Ed ancora una pittura d’ambiente parigino perfetta, stavolta non di poveri, affamati e infreddoliti bohémien ma di una gioventù dorata che passa il tempo fra feste, locali alla moda e puntate in Costa Azzurra, nonché un uso sapiente e originale dei ritmi di danza, dal preminente valzer a balli più moderni come l’one step o lo slow fox.
A Firenze è stata presentata un’ottima edizione de La rondine. Critiche si possono fare all’orchestra che a volte copriva le voci, ma non so quanto siano attribuibili a Valerio Galli ed all’entusiasmo con cui guidava l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, od alla smisurata buca del Teatro, oppure al posto in cui sedevo (dodicesima fila laterale). La costruzione di un nuovo teatro, come quello della città del Giglio, avrebbe meritato una maggiore attenzione verso l’acustica.
Denis Krief sposta l’azione ai nostri tempi ed utilizza un solo elemento costruito che nel primo atto è un loft elegante dove, durante una cena, la “Parigi-che può” ammira le soffitte e i “cieli grigi”, evocati da Puccini in Bohème, nel secondo diventa le Bal Bullier, una sala da ballo dove la protagonista si reca, travestita, per evadere dal mondo di ricchi e mantenute in cui è finita; lì incontra Ruggero che figlio di un amico del suo attempato amante aveva visto quasi di sfuggita a casa propria. Nel terzo si trasforma nella casetta dove Magda e Ruggero hanno fatto il nido d’amore. Ma tutto è così bianco, dalla stanza da letto alle pareti degli esterni ed alle onde del mare, che pare di essere in Bretagna, invece che in Costa Azzurra.

Ottima la recitazioni di tutti, dai protagonisti ai comprimari. E soprattutto il coro: mancando il Teatro di un corpo di ballo, nel secondo atto i coristi si trasformano, pur cantando, in ballerini sfrenati. La regia, le scene, ed i costumi sono una dimostrazione di quanto – come ha detto Michele Mariotti nel numero di ottobre di MUSICA — l’opera è attuale perché parla di noi.
Ekaterina Bakanova e Matteo Desole sono la coppia protagonistica, splendidi vocalmente sia nel lungo duetto del secondo atto, sia nei tristi e commoventi addii del terzo. Desole è un Ruggero scenicamente efficace ed i suoi ariosi costruiscono a perfezione il personaggio del “bravo ragazzo” di provincia. Fanno loro da contrappunto Matteo Mezzaro e Hasmik Torosyan, rispettivamente Prunier (poeta che rallegra la compagnia) e Lisette (cameriera di Magda, a cui prende furtivamente i vestiti per andare al ballo e tentare una carriera teatrale a Nizza); voci fresche e ben impostate. Stefano Antonucci è Rambaldo, ricco amante di Magda, che sa aspettare che l’avventura tra Magda e Ruggero duri il tempo di un’estate.
Giuseppe Pennisi

Vi spiego le vere tendenze in corso nell’economia mondiale in Formiche 18 ottobre



Vi spiego le vere tendenze in corso nell’economia mondiale
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Vi spiego le vere tendenze in corso nell’economia mondiale
L'articolo dell'economista Giuseppe Pennisi
Dieci anni fa iniziò l’ultima crisi finanziaria, quella iniziata con i prestiti ipotecari ad acquirenti che non avevano le caratteristiche di poter mai essere debitori solventi. Ho ritrovato nel mio archivio una polemica che nell’ottobre 2007, su un quotidiano romano per il quale scrivevamo ambedue, con un giornalista economico il quale sosteneva che i subprime loans erano una grande invenzione perché consentivano di comprar casa anche a chi non aveva una lira. Circa un anno e mezzo dopo il film We All Fall Down: the American Mortgage Crisis di Gary Gasgartu (Primo premi al festival internazionale del documentario di Montreal) mostrava in 66 minuti come le insolvenze sui mutui edilizi avevano portato (in meno di un anno e mezzo) al crollo di giganti della finanza internazionale come Lehman Brothers. E non si era che all’inizio.
Cosa è cambiato da allora? Le autorità regolatorie hanno forzato le banche a ricapitalizzare. Dal 2006 al 2016, a livello mondiale, il rendimento medio degli investimenti in capitale bancario sono diminuiti del 30% circa (meno negli Usa e di più in Gran Bretagna e nell’area dell’euro). C’è anche stato uno spostamento geografico della ricchezza finanziaria dagli Usa e dall’Europa all’Estremo Oriente: oggi la Cina ha quattro delle cinque maggiori banche (in termini di capitale e di attività) al mondo mentre nel 2006 ne aveva una su venti.
Ci sono stati cambiamenti ancora più profondi: i vari “salvataggi bancari” hanno portato ad una forte crescita del debito pubblico, specialmente negli Stati Uniti e nell’eurozona. Hanno colpito anche la famiglie, che si erano abituate ad integrare stipendi e salari con cedole da titoli. Oggi il mondo occidentale è indebitato come non lo è mai stato nella storia. Sommando al debito pubblico, il debito delle famiglie e delle imprese non finanziarie, il debito è pari al 434% del Pil degli Stati Uniti, al 429 del Pil dell’eurozona ed al 485% del Pil della Gran Bretagna. L’alto indebitamento è forse la determinante principale della bassa crescita, che, secondo le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale minaccia un ulteriore rallentamento nei prossimi anni ed una stagnazione nel più lungo periodo.
Soprattutto il fascino degli altri rendimenti (ed alti stipendi) che attiravano i maggiori cervelli al settore finanziario è molto diminuito. Nel settore, il reddito medio è diminuito del 34% in termini reali e gli utili netti sono crollati del 46%. I rendimenti sull’azionario di istituti finanziari sono crollati, in dieci anni, ben due terzi. Ciò si rispecchia, evidentemente, nell’importanza dei differenti reparti e nelle remunerazioni. Oggi, le “teste d’uovo” (the best and the brightest degli anni 60’-90’) non aspirano più ad un lavoro ben remunerato in finanza – precisa un rapporto della società di consulenza New Financial –ma si dirigono verso l’industria, specialmente quella innovativa.
La finanza non è più il conducente del ciclo economico. Lo è l’innovazione tecnologica ed organizzativa. Nonostante le apparenze, i dieci anni dall’inizio della crisi hanno cambiato il mondo.
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giovedì 12 ottobre 2017

La fanciulla americana approda a Cagliari così come Puccini la compose in Tempi del 12 ottobre



La fanciulla americana approda a Cagliari così come Puccini la compose

ottobre 12, 2017 Giuseppe Pennisi
Questo è l’anno di La fanciulla del West. Settima opera di Giacomo Puccini, composta nel 1910 su libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini dal dramma di David Belasco, debuttò al Metropolitan con un cast stellare guidato da Arturo Toscanini. E’ noto che Toscanini aveva un pessimo carattere. E’ meno noto che aveva la pessima […]
atto II (foto di Mitchell Kearney) Opera Carolina Charlotte-3
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Questo è l’anno di La fanciulla del West. Settima opera di Giacomo Puccini, composta nel 1910 su libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini dal dramma di David Belasco, debuttò al Metropolitan con un cast stellare guidato da Arturo Toscanini. E’ noto che Toscanini aveva un pessimo carattere. E’ meno noto che aveva la pessima abitudine di rimettere mano alle partiture dei compositori, di cui era invitato ad eseguire i lavori ed è ancora meno noto che a Milano nel 1919 fu capolista del Partito Nazionale Fascista alle elezioni comunali. Lasciamo ad altri commentare questa chicca di storia politica. Più importante in questa sede è il rimaneggiamento delle partiture: ne soffrì soprattutto Franco Alfano, il cui finale integrale di Turandot è stato riproposto negli Anni Sessanta del secolo scorso, ma nonostante la sua innegabile superiorità rispetto a quello ‘di tradizione’ si usa ancora oggi la versione ‘ritoccata’ da Toscanini. Per La fanciulla del West la mano di Toscanini comportò l’eliminazione di un duettino tra la protagonista ed un giovane indiano, un certo numero di battute nella rissa tra minatori al primo atto e soprattutto una sostanziale semplificazione dell’orchestrazione (l’orchestra – scrisse Gianandrea Gavazzeni – è la vera protagonista del lavoro).
La fanciulla del West debuttò al Metropolitan di New York nel 1910. Sul podio Arturo Toscanini come si è detto. Cantavano Enrico Caruso, Emmy Destinn e Pasquale Amato. La Scala ospitò la prima ripresa con Tullio Serafin nel 1912. Tra le riprese scaligere ricordiamo almeno la prima con Victor De Sabata (1930), le ultime con la regia di Jonathan Miller e le direzioni di Lorin Maazel (1991) e Giuseppe Sinopoli (1995) e quelle con Franco Corelli e Gigliola Frazzoni dirette da Antonino Votto nel 1956/57 e da Gianandrea Gavazzeni nel 1964.
Alla Scala è stata presentata in maggio 2016 una nuova produzione di Robert Carsen con Riccardo Chailly sul podio. Chailly aveva promesso un meticoloso lavoro per restituire La fanciulla del West alla stesura originale di Puccini. Il diavolo, però, ci ha messo la coda: la protagonista scritturata Eva-Maria Westbroek si è ammalata ed è stata sostituita da Barbara Haveman che ha cantato il ruolo a Francoforte (sono pochi i soprano che lo affrontano) la quale è di fatto andata in scena senza prove. Quindi non si è ascoltato il ‘duettino’ ma in compenso la scena della rissa tra minatori e l’orchestrazione sono come volute da Puccini. Quindi una ‘prima mondiale’ a tre quarti e qualche fischio al termine dello spettacolo.
L’opera inaugurerà la stagione del San Carlo.Ma le vera sorpresa sarà a Cagliari, dove l’opera (in scena dal 20 ottobre) è il frutto di una coproduzione con due importanti teatri americani (La New York City Opera e la Opera House di Charlotte, North Carolina) e del circuito toscano (Lucca, ecc.) A Charlotte è andata in scena con successo in aprile. In settembre ‘ha ‘stregato’ New York secondo la stampa locale. Sono stati riaperti ‘i tagli toscaniniani’. Quindi per la prima volta sarà presentata come Puccini la compose.
Puccini era affascinato dalla ‘settimana arte’, il cinematografo e La fanciulla del West sembra un copione per Hollywood. Nella California delle febbre dell’oro, Minnie gestisce un “saloon” per minatori; si trinca whisky; ci si azzuffa e si spara, ma in un’atmosfera da Cral (ossia da dopolavoro) poiché tra una rissa e l’altra, la bella giovane ostessa da tutti desiderata tiene lezioni di alfabetizzazione e spiega la Bibbia. Lo sceriffo Jack vorrebbe portarsela a letto, ma la fanciulla lo respinge sia perché non ha “ancora dato il primo bacio”, sia in quanto innamoratasi dello “straniero” Dick (che in lingua inglese è anche un modo educato per indicare chi sa utilizzare a pieno il proprio fallo) da desiderare di andare con lui sotto le lenzuola. Dick è un ladrone in fuga, ma Minnie non lo sa. Finisce col pernottare (ma in giacigli separati) nella casa della ragazza. Lo sceriffo lo scopre, Minnie ingaggia con lui una partita di poker dove mette in palio la vita di Dick o la propria verginità. Barando, vince e salva temporaneamente il ladrone di cui è innamorata. Braccato, quest’ultimo finirebbe sulla forca se non arrivasse a cavallo, Minnie con due Colt cariche di piombo e un discorso ai minatori. Dick viene perdonato e i due lasciano la California.
La fanciulla del West richiede un maestro concertatori e cantanti attori di grande vaglia. Il ruolo di Minnie è scritto per un soprano wagneriano (ricordo la Nilsson diretta da von Matacic) ma anche in grado di andare a cavallo ed utilizzare carabina e pistola. Dirige Renato Renzetti. Regia scene ed americanissimi costumi sono di Ivan Stefanutti. Neri ruoli principali cantano, Svetla Vassilleva, Roberto Frontali, e Marcello Giordani.
Foto di Mitchell Kearney