lunedì 18 settembre 2017

La Filarmonica della Scala travolge Bucarest in Formiche 18 settembre



La Filarmonica della Scala travolge Bucarest
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La Filarmonica della Scala travolge Bucarest
L'articolo di Giuseppe Pennisi
Come ogni due anni, da Salisburgo vado pellegrino a Bucarest, dove si svolge uno dei maggiori festival musicali mondiali. Anche se relativamente poco frequentato dagli italiani, al Festival Enescu giungono spettatori da tutto il mondo. Quest’anno, il festival si svolge dal 2 al 24 settembre. I biglietti per i principali eventi si sono esauriti nel giorno di pochi ore, ed in alcuni casi minuti, da quando sono stati messi in vendita all’inizio di febbraio.
Tra botteghino ed internet sono finiti in dieci minuti dalla messa in vendita quelli della serie “Le grandi orchestre del mondo”, i biglietti per i concerti della Filarmonica della Scala con Riccardo Chailly e David Garrett, della Royal Philarmonic di Londra con Martha Argerich e della Israeli Philarmonic Orchestra con Khatia Buniatishvili. Nella serie “I grandi solisti”, sono bastati pochi secondi per i biglietti per Lang-Lang e per il recital di Jonas Kaufmann ed Anoushka Shankar, e poco più di cinque minuti per quelli di Leonidas Kavakos, Gautier Capuçon e Maxim Vengerov. Sono concerti che vengono tenuti in una sala di 4.000 posti o in spazi più piccoli. Di norma se te tengono tre o quattro al giorno di cui uno dedicato alla musica contemporanea alle 11 del mattino in uno degli auditori della radio, due (alle 16:30 ed alle 22:30) di musica di camera, di musica barocca e per formazioni orchestrali contenute ed uno alle 19:30 per grandi orchestre.
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Date le mie preferenze, le attrazioni principali erano l’opera Mathis der Maler di Paul Hindemith presentata integrale ma in forma di concerto e la Philarmonia Orchetra di Londra diretta da Vladimir Ashkenazy e con solista il giovane Michael Barenboinm, figlio del più noti Daniel.
Sono anche andato al primo dei due concerti della Filarmonica della Scala. Mi ha colpito la folla. Il concerto si teneva nel più vasto degli auditori, stipato in ogni ordine di posti , e con diverso pubblico in piedi od accovacciato tra le file di poltrone, indicazione che l’attesa era grande.
Il concerto era articolato su due parti. La prima era il notissimo concerto in re per violino ed orchestra Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Solista David Garrett, chiamato  cross-over star per gli stili musicali (dal rock ai Beatles, alla solistica più ardita) che abbraccia. Sul podio, Riccardo Chailly. Una struttura classica, tripartita con il primo tempo in forma di sonata ed il terzo bravuristico e brillante, incentrato quasi interamente sul solista. Tre  brevi bis (a forte richiesta del pubblico) e dieci minuti di ovazioni prima dell’intervallo.
La seconda parte era dedicata alla sinfonia n. 12 in re “L’anno 1917″ di Dmitri Šostakovič, opera rivolta non tanto a celebrare la Rivoluzione d’Ottobre (sappiamo quanto il ‘comunista per bene Šostakovič ebbe a patire durante lo stalinismo) quanto la figura di Lenin. I quattro movimenti (ciascuna con un titolo) si riferiscono specificatamente ai “giorni che cambiarono il mondo”. Devo ammettere che la dodicesima non è la sinfonia di Šostakovič che più amo. Come in ogni lavoro celebrativo, ha a mio avviso qualcosa di artefatto. La considero inferiore alla settima sinfonia in do “Leningrado” che trasuda di amore di Šostakovič per la sua città, specialmente durante i nove mesi di assedio tedesco. Chailly e la Filarmonica della Scala sono riusciti a farmela apprezzare, soprattutto il breve terzo movimento (“Aurora” dal nome dell’incrociatore da cui venne sparato il primo colpo di cannone, a salve, contro il Palazzo d’Inverno). Alle ovazioni ed alle richieste di bis, Chailly e l’orchestra hanno risposto con la sinfonia de “I Vespri Siciliani”.
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18/09/2017

domenica 17 settembre 2017

La domanda sulla Germania cruciale per l'Europa in Il Sussidiario 18 settembre



FINANZA/ La domanda sulla Germania cruciale per l'Europa
Domenica in Germania avranno luogo le elezioni. Angela Merkel sembra vicina alla vittoria. C’è comunque una domanda importante sul futuro tedesco ed europeo. GIUSEPPE PENNISI
18 settembre 2017 Giuseppe Pennisi
Angela Merkel (Lapresse)Angela Merkel (Lapresse)
Tra meno di una settimana in Germania avranno luogo le elezioni politiche. Sono votazioni che riguardano noi tutti. Da un lato, la Germania del primo scorcio di questo ventunesimo secolo ha, in Europa, un ruolo molto simile all’Impero guglielmino, quando il Cancelliere era Bismarck: è così grande che un suo sussulto si riverbera su tutto il continente (o almeno sull’intera Unione europea e ancor più sull’eurozona), ma non è abbastanza grande da risolvere tutti i problemi europei. In questo dilemma, i tre Cancellierati di Angela Merkel, sono stati esemplari.
Da un canto, ha provato di essere una delle rare personalità politiche europee con un’idea chiara del futuro dell’Europa: non è una “federalista” nel senso spinelliano, ma persegue piuttosto il progetto di una confederazione in cui possono coesistere Stati e Nazioni con storie e tradizioni differenti purché abbiano alcuni obiettivi fondanti comuni. Sul piano interno (europeo) quello di evitare contrasti che l’hanno insanguinata in passato, non quello di essere “un luogo dove si vive bene e dove si è contenti di vivere”. È questo l’obiettivo che è riuscita a perseguire e realizzare in Germania e che le assicura (tranne che non ci siano sorprese dell’ultima ora) un quarto mandato alla Cancelleria. In questi ultimi tempi sono stato di frequente nella Repubblica Federale: vi si respira benessere (ma senza ostentazione) e non si avvertono forti differenze e tensioni sociali. Un “modello” a cui dovrebbero ambire numerosi Paesi dell’Europa in via d’integrazione.
Per giungere alla vittoria, dato che guida il partito di maggioranza relativa, Merkel non ha esitato a mutare partner di governo (e, quindi, alleanze) e anche a effettuare forti cambiamenti di politiche pubbliche (di particolare rilievo, quella nei confronti delle immigrazioni proveniente dal Vicino Oriente). Lo ha fatto, a volte, in modo spregiudicato, ma sempre tenendo occhi e orecchi sui “sentimenti” dell’opinione pubblica.
È, per molti aspetti, la prova vissuta del detto andreottiano che il potere logora che non lo ha o non sa usarlo in modo accorto. In breve, i sondaggi che le assicurano un quarto Cancellierato, tranne eventi improvvisi dell’ultima ora, sono affidabilissimi. Prima donna a essere eletta alla carica, la terrà più a lungo del suo “capo” e rivale, all’interno del Partito Cristiano Democratico/Cristiano Sociale, Helmut Kohl, e dello stesso “Cancelliere di Ferro” Otto von Bismarck.
In questi giorni, immediatamente precedenti le elezioni, gran parte dei commentatori si chiedono quale sarà la sua politica di alleanze all’interno della Repubblica Federale. Se lo chiederanno ancora di più dopo il 24 settembre, soprattutto se, come è prassi in Germania, i negoziati per la formazione del governo sono lunghi. In passato, Angela Merkel ha, a mio avviso correttamente, inteso che l’alleanza venisse saldata unicamente dopo la definizione di accordi precisi sui disegni di legge principali che il Governo avrebbe presentato al Parlamento.
Sono interrogativi importanti. Ma a mio avviso, ce ne è uno più cruciale: cosa avverrà dopo il quarto cancellierato Merkel? È un interrogativo che ci riguarda tutti da vicino. Non ritengo sia possibile, se non altro per ragioni di età, un quinto Cancellierato Merkel. Inoltre, credo che un altro Paese europeo, ad esempio la Francia, possa aspirare a prendere il ruolo della Repubblica Federale Tedesca. Tuttavia, non sembra che i cristiano democratici e i cristiano sociali abbiano preparato tra le loro file un successore. Il partito liberal-democratico e il partito verde sono troppo piccoli per aspirare alla Cancelleria. I due partiti di estrema destra ed estrema sinistra non hanno pretese di leadership europea. Anzi sono anti-europei.
All’indomani delle elezioni il “dopo Merkel” dovrebbe essere il tema centrale di dibattito.
© Riproduzione Riservata.

sabato 16 settembre 2017

BUCAREST VIBRA DI PASSIONEE PER LA MUSICA in Il Dubbio 14 settembre



BUCAREST VIBRA DI PASSIONEE PER LA MUSICA
Giuseppe Pennisi
Dal 2 al 24 settembre è in corso a Bucarest ed in sette altre città romene un festival relativamente poco frequentato da italiani ma a cui giungono spettatori da tutto il mondo. I biglietti per i principali eventi si sono esauriti nel giorno di pochi giorni , ed in alcuni casi minuti, da quando sono stati messi in vendita all’inizio di febbraio. Tra botteghino ed internet, sono finiti in dieci minuti, dalla messa in vendita. i biglietti , nella serie ‘le grandi orchestre del mondo, i biglietti per i concerti della Filarmonica della Scala con David Garrett, della Royal Philarmonic di Londra con Martha Argerich e della Israeli Philarmonic Orchestra con Khatia Buniatishvili. Nella serie i ‘grandi solisti’, sono bastati pochi secondi perché si esauriscano i biglietti per Lang-Lang e per il recital di Jonas Kaufmann ed Anoushka Shankar, e poco più di cinque minuti per quelli di Leonidas Kavakos, Gautier Capuçon e Maxim Vengerov. Sono concerti tenuti in una sala di 4.000 posti.
Nella serie ‘ musica da camera’, velocissime le vendite dei concerti dell’Academy of Saint Martin in the Fields, dell’Arpegiata Ensemble e della Philarmonia di Londra, Infine, nella serie ‘attorno a mezzanotte’, i concerti che hanno venduto più rapidamente sono stati quelli di Jordi Savall, Misha Maisk e Giulio Carmignata. Queste serie sono ospitate in gran misura nell’elegante ‘Ateneo Romeno’, di circa 900 posti, costruita all’inizio nel Novecento e nel sui soffitto è affrescato con la storia della Romania.
Il Festival Enesco ha poco da invidiare a manifestazioni come quella di Lucerna e che sfida, a prezzi al che sono meno di un quarto di quelli austriaco, la stessa Salisburgo.  Dal 1958, quando tre anni dopo la morte di George Enescu a cui il festival è dedicato, la manifestazione (biennale) è iniziata, gruppi di musicofili che hanno seguito le ultime settimane del festival estivo di Salisburgo viaggiano, in settembre, alla volta dell’Est - verso la Romania. Ogni due anni per circa un mese (dipende ovviamente dalla risorse che si riescono ad attivare) vi si danno appuntamento le maggiori orchestre sinfoniche ed i più noti complessi cameristici a livello internazionale (nonché una selezione di teatri lirici e di ensemble di musica contemporanea). Per un periodo, si è trattato di una manifestazione essenzialmente regionale in cui si potevano ascoltare principalmente complessi e compositori dell’Europa centro-orientale raramente presenti nei teatri e nelle sale di concerto occidentali. Il festival si è saputo imporre per l’eccellenza delle proposte artistiche e l’efficienza del modello gestionale. A proposito dell’edizione del 2007, ad esempio, il Guardian ha scritto: «Il potente festival di Salisburgo adesso ha un rivale». Il Telegraph ha aggiunto, in merito all’edizione 2011, che «il festival mostra come la musica classica possa superare le barriere di linguaggio e storia». Negli anni neri di Ceausescu, era considerato il festival della libertà a motivo dei temi che trattava e della folla di artisti che vi partecipa ; per molti aspetti lo è tuttora. Anche perché accanto al festival principale c’è un festival ‘off’ nelle piazze (specialmente quella dell’Università) , nei giardini delle birrerie e nelle taverne dove si congregano giovani artisti un po’ di tutto il mondo e mostrano i loro lavori. Insomma una grande festa.
Nel 2011, nel 2013 e nel 2015 sono stato al festival per alcuni giorni e sono rimasto sorpreso dal vero e proprio bagno di gioventù, non solo romena ma giunta da tutta Europa per ascoltare la grande musica seguendo un programma che può sembrare estenuante: gli spettacoli iniziano alle 11.00 del mattino e spesso l’ultimo alza il sipario alle 22.30, ove non a mezzanotte (a volte protraendosi sino all’alba). I prezzi dei biglietti – come accennato - sono alla portata di tutti ed alberghi e ristoranti sono ancora a buon mercato. Bucarest ha in settembre un clima gradevolissimo. E così anche gli altri luoghi della Romania dove si estende la manifestazione. Vi tornerò a metà settembre per ascoltare l’opera (fortemente politica: tratta di rivolte sociali ) Matis der Maler di Paul Hindemith (credo mai rappresentata in Italia) e concerti della London Symphony Orchestra
I romeni dedicano notevolissime risorse (relativamente al loro reddito e finanza pubblica) ad un festival che per loro ha rappresentato l’affermazione di una nazione, e di una cultura nazionale di matrice latina immersa in un universo slavo. Lo facevano anche negli anni più neri dello stalinismo e della dittatura di Ceauşescu.
L’edizione 2017 porta a Bucarest e in altre sette città romene 3000 artisti che si esibiranno in ottanta spettacoli in tre settimane , Il tema del festival 2017 è ‘Luce’ diretta a mostrare al pubblico nuove prospettive e nuovi significati dal mondo in cui è diretta e proiettata.
Alla guida della manifestazione c’è un nuovo team: Zubin Mehta, Presidente Onorario, Vladimir Jurowski, Direttore Artisticoe e Carmen Lidia Vidu alla guida delle attività multimediali.  Dal 2010 a questa edizione, la direzione musicale del festival è assicurata dal 2010 da Ioan Holender (cittadino austriaco ma nato in Romania). In precedenza Holender è stato per circa vent’anni alla guida della Staatsoper di Vienna, il musicista che più a lungo ha ricoperto tale difficile ed ambito incarico .
  Il festival  dà ovviamente rilievo a Enescu , il più noto compositore del Paese (di cui quest’anno vengono eseguiti 37 lavori di cui due in prima assoluta poiché composti ma mai giunti ad una sala di concerto ), sulla musica della sua epoca e sulla musica classica in generale, ma da molto spazio alla musica contemporanea . Vale un viaggio.

lunedì 11 settembre 2017

"Caravaggio" in scena a Jesi in Il Sussidiario del12 settembre



Festival Pergolesi Spontini/ "Caravaggio" in scena a Jesi
Al Festival Pergolesi Spontini a Jesi la prima esecuzione assoluta, venerdì 8 settembre dell’opera in un atto “Il colore del sole” dal romanzo di Andrea Camilleri. di GIUSEPPE PENNISI
12 settembre 2017 Giuseppe Pennisi
 FOTO STEFANO BINCIFOTO STEFANO BINCI
Le cronache di questi giorni trattano diffusamente di una complessa vicenda artistico-giudiziaria relativa alla mostra su Modigliani tenuta a Genova sino al 16 luglio scoro: 20 quadri sono stati sequestrati in quanto se ne contesta l’autenticità. Alcuni sarebbero dei ‘falsi d’autore': imitazioni fatte da colleghi od allievi del pittore.
C’è un forte nesso tra la vertenza e le indagini in corso con il Festival Pergolesi Spontini (7 agosto-17 settembre) che, giunto piano piano alla diciassettesima edizione (quando è nato molti pensavano che sarebbe sopravvissuto solo alcuni anni), è dedicato al ‘Falso d’Autore’ (musiche, poesie, testi, attribuiti ad un autore ma in effetti opera – spesso di grande qualità di altri). Il Festival ha il proprio centro a Jesi, patria di Pergolesi e Spontini (a cui è dedicato), ma si dipana in varie  città e cittadine delle Marche.
Il suo punto di maggiore attrattiva è stata la prima esecuzione assoluta, venerdì 8 settembre alle ore 21 al Teatro Pergolesi di Jesi, per l’opera in un atto “Il colore del sole”, liberamente tratta dal romanzo omonimo di Andrea Camilleri, con la musica di Lucio Gregoretti: al centro della vicenda è il diario di Caravaggio, che Camilleri dichiara aver avuto tra le mani in circostanze misteriose e da cui ha tratto alcune, preziose pagine.  L’opera è coprodotta con il Teatro Luciano Pavarotti di Modena dove sarà in scena in ottobre ed è stata realizzata in collaborazione con il complesso Roma Sinfonietta e l’Accademia d’Arte Lirica di Osimo. Camilleri ha compiuto 94 anni due giorni prima il debutto del lavoro.
Nell’opera, si ricostruisce uno dei periodi più oscuri e burrascosi della vita di Caravaggio, quello da lui trascorso tra Napoli, Malta e la Sicilia tra il 1606 ed il 1608. Sul pittore, inseguito sia dalle guardie del Papa e dell’Ordine di Malta, pende infatti una condanna alla decapitazione per l’omicidio di Ranuccio Tommasoni, avvenuto a causa di una discussione sorta durante una partita al gioco della pallacorda. L’artista è un uomo in fuga, perseguitato da mille ossessioni (tra cui il sogno ricorrente di un cane feroce che tenta di assalirlo) e condizionato da una sorta di fotofobia, probabilmente di natura psicosomatica, che lo costringe a vedere ‘il sole nero’ e a vivere le sue giornate come in una eclissi di sole permanente.
Direttore de “Il colore del sole” è Gabriele Bonolis sul podio dell’Ensemble Roma Sinfonietta; regia, scene, drammaturgia video sono di Cristian Taraborrelli, costumi di Angela Buscemi, video Fabio Massimo Iaquone, light designer Alessandro Carletti. Nel cast figurano l’attore Massimo Odierna, ed un gruppo di giovani cantanti: Cristina Neri, Anastasia Pirogova, Daniele Adriani, Renzo Ran, Claudia Nicole Calabrese, Natsuko Kita, Jaime Canto Navarro, Carlo Feola.
La messa in scena prende il via da videointervista di Ugo Gregoretti ad Andrea Camilleri, lo scrittore narra la genesi del suo libro “Il colore del sole” e le circostanze misteriose in cui sostiene di essere venuto a contatto con il diario autografo di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Al centro del lavoro c’è la seconda parte del romanzo, che riguarda il finto diario di Caravaggio, in cui l’autore gioca sul concetto di falso e di finto”.
 L’aspetto  più interessante del lavoro è quello musicale. L’organico è costituito da un attore, e da un doppio coro di voci soliste che amplifica e sottolinea l’umanità tormentata di Caravaggio. Aggiunge Gregoretti: Le voci sono usate alternativamente come soliste, come evocative di personaggi autentici o simbolici, tutte voci interiori di Caravaggio, ovvero come coro, utilizzato principalmente in modo onomatopeico, come un’estensione degli strumenti, che a volte sviluppa brevi frammenti di testo in forma madrigalistica ma non ha quasi mai una funzione narrativa vera e propria. Il coro serve soprattutto a stabilire la cifra sonora tipica della musica polifonica rinascimentale e barocca. Pur trattandosi di musica interamente nuova, la scrittura musicale del coro farà comunque a volte riferimento a moduli antichi, richiamando qua e là in maniera straniata la musica dell’epoca, come il testo ne evoca il linguaggio verbale.
Nella messa in scena, dove si alternano canto, recitazione e video, il regista Cristian Taraborrelli immagina un percorso  che trae ispirazione da molteplici universi: quello musicale evocato dal compositore Lucio Gregoretti; quello letterario suggerito dalle pagine di Andrea Camilleri, diario di un Caravaggio perso in un mondo drammaticamente illuminato dove i “falsi” accadimenti diventano poeticamente autentici; quello pittorico di Caravaggio che anima, illumina, oscura momenti di vita e passioni nel racconto. Ecco che nel video Caravaggio si agita in spazi mentali, dove le proporzioni sono alterate e dove è facile perdersi oltre la linea dell’orizzonte”.
Leggermente monotono il lungo monologo di Caravaggio/Massimo Odierna. Di livello i giovani cantanti (in gran misura provenienti dall’Accademia d’Arte Lirica di Osimo). Professionale e buona come sempre Roma Sinfonietta guidata da Gabriele Bonolis.
Come tutte le opere nuove, con un tocco sperimentale gli auguriamo di circuitare e di venire affinata da ripresa a ripresa.
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