mercoledì 15 novembre 2017

Debutto alla Scala: la grandezza della musica con "Ti Vedo, Ti sento, Mi perdo" su il Sussidiario 16 novembre



SCIARRINO/ Debutto alla Scala: la grandezza della musica con "Ti Vedo, Ti sento, Mi perdo"
Sciarrino omaggia la musica come la maggiore delle espressioni umane. E lo fa riprendendo l’idea di Stefan Zweig: il debutto a Teatro della Scala. GIUSEPPE PENNISI 16 novembre 2017 Giuseppe Pennisi
Una immagine dello spettacolo alla ScalaUna immagine dello spettacolo alla Scala
Quale è il significato dell’ultima opera di Salvatore Sciarrino, commissionata dal Teatro alla Scala (dove ha debuttato il 14 Novembre) e dalla Operstaat unter den Linden di Berlino (dove sarà in scena il prossimo maggio)?
Credo si debba rispondere a questa domanda prima di analizzare il debutto in una Scala colma di pubblico sino all’ultimo posto disponibile. A 70 anni, Sciarrino omaggia la musica come la maggiore delle espressioni umane. E lo fa riprendendo l’idea di Stefan Zweig che fu all’origine della ‘Conversazione in Musica’  Capriccio di Richard Strauss. Nel lavoro che Strauss, settantottenne, presentò nell’autunno 1942 al Nationaltheater di Monaco, l’azione si svolge pochi decenni prima della Rivoluzione francese (quando infuriava la guerre des bouffons) e verte sull’allestimento di un’opera ‘all’italiana’ in un castello non lontano da Parigi; la querelle riguardava se fosse più importante la poesia o la musica. 
In Ti Vedo, Ti sento, Mi perdo siamo in un salone della Roma barocca dove una Cantatrice sta provando una cantata di Alessandro Stradella che non apparirà mai in scena ma è sempre presente nel background. Discutono di estatica il Musico (Charles Workman) ed il Letterato (Otto Katzameier) con interventi della variopinta servitù. Dura a lungo (chiaramente tra il primo ed il secolo trascorre un certo lasso di tempo). Stradella (e la parte finale della cantata) non arriverà mai; verrà ucciso, a ragione dei suoi numerosi legami sessuali con mogli di aristocratici. Ciò nonostante, la Cantatrice (Laura Aikin) porterà a termine l’omaggio alla Musica.
Naturalmente, il linguaggio musicale di Sciarrino poco o nulla ha a che vedere con quello straussiano. E’ imperniato su figure fluide e finemente elaborate, con grande sensibilità per il timbro e per l’articolazione di microvariazioni, su citazioni (in primo luogo, di lavori di Alessandro Stradella ma anche di altri autori e, nell’intermezzo con cui termina il primo dei due atti, su musica francese del Novecento). Nella scrittura vocale c’è una netta distinzione tra la Cantatrice (un soprano di coloratura) e gli altri che vanno dal declamato allo Sprechgensag al dialogato. Una scrittura vocale che non cede ad  avanguardie o a stilemi ma è personalissimo degli altri lavori di Sciarrino per il teatro. In questa scrittura, spicca ancora di più la distanza e la statura della Musica rispetto alle altre forme di espressione umana.
Il giovane Maxime Pascal, vincitore del concorso per direttori d’orchestra a Salisburgo nel 2014 e fondatore ed animatore dell’ensemble Le Balcon, deve dirigere tre orchestre in parallelo: una in buca, una di archi, in scena, ed una (flauto, oboe, clarinetto, fagotto)fuori scena). Mentre l’orchestra i buca fornisce un tappeto di sonorità contemporanee (o quasi), alle altre sono affidati i richiami al barocco, il tempo dell’azione scenica. La fusione funziona.
La regia è curata da Jurgen Flimm e dalla sua consueta schiera di collaboratori (George Tsypin per le scene; Ursula Kundra per i costumi: Olaf Freese per le luci; Tiziana Colombo per la coreografia): ci porta agevolmente in un palazzo della Roma Barocca. Curata la recitazione, pur se forse troppo marcati sul comico, il Musico ed il Letterato. La sera del debutto si notava una differenza tra Otto Katzameier in piena forma ed Ar Charkes Workman , che pareva appassito.
Grandissima Laura Aikin. La ricordo una grandissima Zerbinetta in Arianna a Nasso al Maggio Musicale Fiorentino. Non ha perso la stupenda coloratura di allora ma vi aggiunto il declamato e lo Sprechgengan, come già mostrato, alla Scala e non solo, in Lulu e Die Soldaten. E’ uno dei rari ‘soprani assoluti’ dei nostri tempi.
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Inaugurazione di lusso per il Festival di Nuova Consonanza in Fornucge 14 novembre



Inaugurazione di lusso per il Festival di Nuova Consonanza
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Inaugurazione di lusso per il Festival di Nuova Consonanza
La sera dell’11 novembre nel delizioso Teatro Palladium (architettura ed acustica perfetta nel cuore del quartiere Garbatella di Roma, concepito per essere “popolare”), è stato inaugurato il 54esimo festival dell’associazione Nuova Consonanza, il laboratorio di musica contemporanea maggiore d’Italia.
Per l’inaugurazione è stato scelto il debutto di un “pastiche” di lusso. I “pastiche”, come si è visto di recente su Formiche.net trattando di Georg Friedrich Händel e del suo Catone in Utica, erano una caratteristica del teatro barocco: si costruiva un’opera sulla base di brani di lavori di successo di vari autori, spesso già apparsi in vari spettacoli.
I pastiche oggi stanno tornando di moda: in questi ultimi anni, uno dei titoli di maggior successo al Metropolitan Opera di New York è The Echanted Island scritto da Jeremy Sams, con musiche di Händel, Vivaldi e Rameau, con un libretto tratto da The Tempest di Shakespeare – un lavoro che si è apprezzato anche in Italia tramite le “stagioni” in hd del Metropolitan in sale cinematografiche.
Combattimenti, lavoro inaugurale del Festival, è un’opera con tre autori (di secoli differenti): Giorgio Battistelli (classe 1953), Claudio Monteverdi (classe 1567), Claudio Ambrosini (classe 1948). Dura un’ora senza intervallo e la composizione di ciascun autore si fonde con quelle degli altri due, nonostante distanze secolari. L’introduzione è “l’azione per due percussionisti” Orazi e Curiazi di Battistelli che ascoltammo alcuni anni fa in uno spettacolo nella “palestra orientale” delle Terme di Caracalla. La parte centrale è Il Combattimento di Tancredi e Clorinda di Monteverdi (di cui ricorrono i 450 anni dalla nascita) tratto dai madrigali guerrieri ed amorosi, con testo dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. La conclusione è la novità assoluta, Tancredi appresso il Combattimento di Ambrosini su drammaturgia di Vincenzo De Vivo. La fusione musicale è perfetta, anche grazie alla regia di Cesare Scarton, alle scene di Mario Rossi Franchi, ai video di Flaviano Pizzardi, alla bravura dei tre solisti (Sabrina Cortese, Daniele Adriani e Roberto Abbondanza), alla abilità dei danzatori (Silvia Pinna nel ruolo di Clorinda, e Daniele Toti) ed ai complessi Tetratikis Percussioni ed Ensemble InCanto diretto da Fabio Maestri.
È uno spettacolo molto raffinato in cui le differenze negli stilemi musicali dal barocco cinquecentesco al contemporaneo spariscono in un grande canto di amore e morte mentre infuria la battaglia,
In sala, come sempre nei Festival di Nuova Consonanza, erano presenti numerosi giovani che hanno toccato con mano il vecchio proverbio secondo cui “la musica classica è sempre contemporanea”.
Per il momento, a quel che so, non si prevedono repliche. È un vero peccato perché è uno spettacolo che dovrebbe essere visto, goduto e partecipato in Italia ed all’estero anche per mostrare come, pur con un piccolo budget, con grandi idee (non necessariamente nuove) si possono fare grandi cose.
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Dal 1996 troppi errori sulla previdenza italiana Ma si può correggere in Avvenire 16 Novembre



Dal 1996 troppi errori sulla previdenza italiana Ma si può correggere
Ancora, una volta la previdenza è uno dei temi più caldi della Legge di bilancio in preparazione. Si parla di una nuova 'riforma' senza pensare che nessun Paese e nessun sistema sociale può resistere ad una riforma della previdenza ogni due anni. Occorre invece, tornare ai principi del riassetto della previdenza della primavere del 1995 quando Italia e Svezia introdussero, quasi in parallelo, il computo dei benefici previdenziali non più sulla base delle ultime retribuzioni (sistema retributivo) ma su quella dei contributi versati (sistema contributivo). Il sistema retributivo si è diffuso in una trentina di Paesi. Era chiaro sin dai primi calcoli che gli assegni sarebbero stati più modesti di quelli e che , quindi, le pensioni di Stato sarebbero dovute essere accompagnate da altri due pilastri (uno assistenziale, a carico dell’erario non del sistema previdenziale) ed uno privatistico di accantonamenti individuali in fondi pensione. Uno sgabello è solido se si regge su tre gambe.
Dal 1995 ad oggi sono stati molti errori. Il primo un periodo di transizione, da un meccanismo all’altro, di 18 anni (in parallelo, la Svezia ne adottava uno di tre anni), innescando varie distorsioni ed iniquità. Il se- condo la proliferazione di numerosissimi (circa 700 tra quelli di vecchio e nuovo tipo) piccoli fondi pensione che investono molto in titoli di Stato e sono poco attraenti, sotto il profilo sia della diversificazione – essenziale per la solidità – sia dei rendimenti. Tuttavia si possono ancora riparare tornando allo spirito originario della riforma del 1995 ed ai sistemi contributivi in vigore in altri Paesi. In primo luogo, occorre separare nettamente assistenza e previdenza, trovando se possibile un differente canale contabile ed erogatorio per l’assistenza (tra cui primeggiano assegni sociali, assegni di invalidità, integrazioni al minino) al fine di non ingenerare confusione. Senza la spesa per l’assistenza in cui l’Inps è solo un comodo 'ufficiale pagatore' per conto dello Stato, la spesa previdenziale sarebbe sul 14% del Pil e non oltre il 18%. In effetti, come ribadiscono gli esperti ed i rapporti di 'Itinerari Previdenziali', mentre le spese previdenziali 'vere' sono in buona parte coperte da contributi, le spese assistenziali sono largamente 'in rosso' perché lo Stato non le finanzia correttamente. In secondo logo, sarebbe equo portare a 5-10 anni (come altrove) il requisito per poter fruire di una pensione statale 'contributiva'. Venne portato da 15 a 20 anni come misura emergenziale durante la crisi finanziaria del 1992. Si ridurrebbe il fenomeno tutto italiano dei milioni di 'silenti' (che hanno versato contributi ma non per 20 anni e non hanno titolo a previdenza pubblica) una grande iniquità.Varrebbe poi la pena di eliminare il concetto stesso di 'pensioni di vecchiaia': si resta al lavoro tanto quanto si può e si vuole. Chi lavora più anni avrà un trattamento previdenziale più pingue, mentre chi ne lavora meno uno più modesto.
Giuseppe Pennisi
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lunedì 13 novembre 2017

MOZART/ "Don Giovanni" a Piazza Vittorio in Il Sussidiario 14 novembre



MOZART/ "Don Giovanni" a Piazza Vittorio

Divertimento puro e grande musica con l'Orchestra di Piazza Vittoria che reinterpreta a modo suo il classico di Mozart, Don Giovanni. Ce lo racconta GIUSEPPE PENNISI
Crediti foto: Manuela GiustoCrediti foto: Manuela Giusto
Soprattutto ci si diverte moltissimo. Sono andato a il Don Giovanni di Mozart secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio, nello spettacolo pomeridiano di domenica 12 novembre. Il Teatro Olimpico era pienissimo in ogni ordine di posti; il lavoro di Mozart e Da Ponte era compattato in un’ora e mezza senza intervallo. Novanta minuti di buon umore . Mentre fuori, pioveva e pioveva.
Dopo il fortunato debutto in prima assoluta a Lione per il Festival Les nuits de fourvière lo scorso 13 giugno, il nuovo lavoro firmato dall’Orchestra più multietnica d’Italia, che si è già cimentata in maniera originale e imprevedibile nel Flauto magico mozartiano e nella Carmen di Bizet, ha debutta in prima italiana per la stagione della Filarmonica Romana dal 9 al 26 novembre al Teatro Olimpico di Roma. Andrà verosimilmente in altri teatri in Italia ed all’estero. Tanto Flauto magico mozartiano e la Carmen di Bizet nella trasposizione dell’orchestra di Piazza Vittorio hanno circuitato per almeno un anno.

Prodotto dall’Accademia Filarmonica Romana (che per l’Orchestra ha già prodotto due anni fa la Carmen) e dal Festival Les nuits de fourvière di Lione, al centro dello spettacolo – che Le Monde ha definito “glamour e iconoclasta” –,  c’è l’idea di un sorprendente Don Giovanni, affidato ad una voce femminile, quella di Petra Magoni, un soprano di coloratura che fu indimenticabile Regina della notte del Flauto magico mozartiano nella prima produzione dell’Orchestra. Capace di mille travestimenti e abile a muovere in scena le fila di tutta la vicenda, intorno a Petra Magoni/Don Giovanni si sviluppa tutta la drammaturgia musicale dello spettacolo, filo conduttore di questa rielaborazione contemporanea del mito settecentesco. Una visione “altra” del protagonista che apre ad una diversa lettura dei rapporti tra i personaggi. 

Siamo abituati all’idea di un Don Giovanni burlone, che si finge spesso un altro: Il travestimento, la mascherata sono le tentazioni per lui irresistibili. Si direbbe, per dirla con le parole di Fedele d’Amico, che egli inganni le donne non tanto per il piacere di conquistarle, ma che si prodighi a conquistarle per il piacere di ingannarle. Amare le donne e diventare ogni volta un altro. Questo  nostro ‘Don Giovanni’ parte però da presupposti diversi. L’idea è quella di sempre: rappresentare sè stessi nei panni di altri, recitare il ruolo di se stessi con le parole e il carattere di personaggi di fantasia”. 

Tra arie, duetti e pezzi d’insieme, i personaggi dell’opera percorrono fino in fondo le loro storie, rese vive e attuali ai nostri occhi dai travestimenti linguistici e musicali realizzati da Mario Tronco, Leandro Piccioni e Pino Pecorelli, portando l’opera, con mano leggera, ad abbattere ogni confine fra i diversi generi. Ritroveremo così Don Giovanni come un redivivo Cab Calloway in un immaginario Music Club, un’ambientazione dal gusto anni '20 ma anche fortemente contemporanea, che dirige la sua orchestra e il suo destino in una pulsione di libertà e perdizione.
Un luogo vitale e carico di energia, dove i musicisti dell’Orchestra, posti su appositi piani sfalsati in altezza, che delimitano uno spazio a sviluppo circolare tagliato da una parete di pannelli variamente illuminati, si muovono quali protagonisti, insieme ai cantanti, nelle loro avventure musicali ed esistenziali. E fondamentale, come sempre, è l’apporto musicale che dà ogni singolo musicista e cantante chiamato a partecipare a questa produzione. Nel cast troviamo insieme a Petra Magoni, Mama Marjas (Zerlina), cantante reggae già molto applaudita nel ruolo di protagonista della precedente Carmen, Dario Clotoli che veste i panni di un Leporello in versione cubana; e ancora la cantante lirica di origine albanese Hersi Matmuja (Donna Elvira), il brasiliano Evandro Dos Reis (Don Ottavio), il tunisino Houcine Ataa (Masetto) e, alla sua prima collaborazione con l’Orchestra, Simona Boo (Donna Anna), dal 2015 vocalist dello storico gruppo napoletano dei 99 Posse. 
Le linee essenziali del libretto di Lorenzo Da Ponte sono seguite in una versione multilingue che abbraccia l’italiano, il francese, l’arabo e il portoghese. Le principali arie ed i pezzi d’insieme dell’opera sono adattati al linguaggio pop e rap, sempre con un gran filo di ironia.
Correte a vederlo.