mercoledì 24 maggio 2017

Il “Viaggio a Reims” arriva all’Opera di Roma in Tempi del 24 maggio



 

 

·         Spettacolo

Il “Viaggio a Reims” arriva all’Opera di Roma

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maggio 24, 2017 Giuseppe Pennisi
Arriva il 14 giugno a Roma l’edizione curata da Damiano Michieletto
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“Il Viaggio a Reims” di Gioacchino Rossini è un’opera “miracolata” in quanto considerata perduta sino a quando una studiosa americana ne ha ritrovato la partitura originale (in gran parte riutilizzata dallo stesso Rossini per “Le Comte Ory”) nei polverosi archivi dell’Accademia di Santa Cecilia. “Il Viaggio” venne lanciato da una favolosa esecuzione scenica (regia di Luca Ronconi, scene di Gae Aulenti, direzione musicale di Daniele Abbado) al Rossini Opera Festival (ROF) del 1984, poi ripresa diverse volte a Pesaro, Vienna e alla Scala. Ebbi la gioia di vederla al ROF sia nella prima versione del 1984 sia in quella per giovani cantati dell’Accademia Rossiniana curata da Emilio Sagi (viene replicata ogni anno al ROF da oltre un quarto di secolo ed ha ciurcuitato anche in altri teatri).
Variamente chiamato, negli stessi autografi, “Cantata Scenica” o “Opéra Comique en un Act”, “Il Viaggio a Reims” è un lavoro d’occasione: permette di mostrare l’abilità dei sette maggiori cantanti del Théatre Italien di Parigi nei giorni del 1825 in cui si festeggiava l’incoronazione di Carlo X, il quale avrebbe concesso a Rossini un lauto stipendio e una ricca pensione di cui il nostro ha goduto dall’età di 37 anni (Caro Tito Boeri i baby pensionati non sono un’italica invenzione recente). Sta a “Le Comte Ory” come “Ernani” sta a “Il Trovatore”: un magnifico abbozzo di quello che sarebbe diventato uno stupendo lavoro completo. Purtroppo i bigotti impresari del romanticismo e del Novecento storico hanno boicottato “Le Comte” poiché troppo intriso di eros. E’ comunque lavoro importante che richiede un cast di stelle. A Roma ha impiegato oltre 30 anni per arrivare nel giugno 2009 dagli archivi alla Sala grande dove opera l’Accademia di Santa Cecilia e che in questi tre decenni sia stato ignorato anche dal Teatro dell’Opera.
Arriva il 14 giugno a Roma l’edizione curata da Damiano Michieletto. “Trattandosi di un’opera priva di una vera e propria drammaturgia, nel realizzarla ho cercato un pensiero che non fosse solo divertente o brillante, ma anche legato al motivo per cui il lavoro è stato scritto”. Michieletto a proposito della produzione del Viaggio a Reims di Gioachino Rossini che debutta al Teatro dell’Opera di Roma mercoledì 14 giugno 2017. Lo spettacolo, andato in scena per la prima volta con grande successo all’Opera Nazionale Olandese nel gennaio 2015, arriva per la prima volta in Italia con la direzione musicale di Stefano Montanari, che lo aveva già interpretato ad Amsterdam. Le scene sono realizzate da Paolo Fantin, i costumi da Carla Teti e le luci da Alessandro Carletti. Protagonisti sul palco sono Mariangela Sicilia (Corinna), Anna Goryachova (La Marchesa Melibea), Maria Grazia Schiavo (La Contessa di Folleville), Francesca Dotto (Madama Cortese), Juan Francisco Gatell (Il Cavaliere Belfiore), Levy Sekgapane (Il Conte di Libenskof), Adrian Sâmpetrean (Lord Sidney), Nicola Ulivieri (Don Profondo), Bruno De Simone (Il Barone di Trombonok) e Simone Del Savio (Don Alvaro).
“La vicenda è ambientata in un museo alla vigilia dell’inaugurazione di una mostra – prosegue Michieletto – Tutti i personaggi sono in preda alla frenesia e all’ansia per l’attesa dell’evento, che corrisponde alla partenza per Reims del libretto dell’opera. Alcuni di loro sono personaggio reali: Madama Cortese per esempio è la direttrice del Museo. Altri sono personaggi storici, appartenenti ai dipinti esposti nel museo. L’arrivo di una grande e misteriosa tela darà una svolta alla vicenda, sempre all’insegna dell’occasione storica per la quale Il viaggio a Reims fu scritto: l’incoronazione di Carlo X a re di Francia”.
Foto: Clärchen&Matthias Baus

La Germania protagonista della cinquantesima edizione del Festival delle nazioni in Formiche del 24 maggio



La Germania protagonista della cinquantesima edizione del Festival delle nazioni
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La Germania protagonista della cinquantesima edizione del Festival delle nazioni
È con l’omaggio alla Germania che il Festival delle Nazioni di Città di Castello festeggia la sua cinquantesima edizione. Dal 29 agosto al 9 settembre 2017, la manifestazione umbra dedicherà il suo cartellone alla cultura musicale tedesca dei primi decenni del Novecento concludendo in questo modo il progetto triennale dedicato al contesto culturale del primo conflitto mondiale, avviato due anni fa con l’Austria in occasione del centenario dall’inizio delle ostilità e proseguito nel 2016 con la Francia.
“Ma se per Austria e Francia il filone seguito è stato soprattutto quello della musica scritta e ascoltata nel periodo a cavallo tra Otto e Novecento – precisa il direttore artistico Aldo Sisillo –l’edizione di quest’anno, dedicata alla Germania, si concentrerà anche sulla musica del dopoguerra, sulle diverse reazioni del mondo culturale tedesco, in particolare quello musicale, a una situazione sociale ed economica molto difficile, causata anche dalle pesanti condizioni imposte per la resa alla Germania dalle nazioni vincitrici. Si potranno ascoltare musiche dei compositori strenui sostenitori della grande tradizione tedesca, come Richard Strauss, del grande repertorio cabarettistico, e degli autori che interpretarono l’esigenza del superamento del linguaggio tardo romantico, giunto alla sua saturazione, come Paul Hindemith“.
Tra grandi nomi e talenti emergenti, spaziando in repertori e generi diversi, il Festival delle Nazioni festeggia il suo anniversario anche arricchendo la sua proposta e aumentando il numero degli appuntamenti, con 19 eventi solo nel cartellone principale – contro i 16 della scorsa edizione – e numerosissime attività collaterali. Tra gli interpreti che hanno confermato la loro presenza: Ute Lemper, Quartetto Prometeo, Athenäum Quartet, Beppe Servillo e Ensemble Berlin, Michael Nyman, Alexander Lonquich, Enrico Bronzi, Cristiana Morganti e Leonid Grin.
Ad inaugurare la 50esima edizione sarà la Jugendorchester der Bayerischen Philharmonie con Henri Bonamy nella doppia veste di direttore e solista al pianoforte. L’orchestra di Monaco – che con i suoi 34 anni di vita è l’ensemble giovanile con la più lunga tradizione e storia della Baviera – aprirà ufficialmente questa edizione con le note dell’Ouverture dal Freischütz (Il franco cacciatore) di Weber, cui faranno seguito, in un programma di grande attrattiva, il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, la Concertante Suite di Heinz Schubert con David Frühwirth violino solista e, in chiusura, la Quinta Sinfonia di Mendelssohn La riforma (29 agosto, ore 21, Città di Castello, Chiesa di San Domenico).
La Grande Guerra è il filo conduttore che lega anche le produzioni originali proposte dal Festival in questo triennio. A due anni da Immagini e suoni della Grande Guerra, le storie dei soldati italiani coinvolti nel conflitto, emerse grazie alle ricerche negli archivi della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, faranno da drammaturgia per il nuovo spettacolo dal titolo Cronache dalla Grande Guerra: una performance con i testi e la voce narrante di Enrico Paci che vedrà impegnati, per la parte musicale, Simone Nocchi, interprete al pianoforte delle Visions fugitives di Prokof’ev, e Angelo Benedetti autore di musiche originali e sound designer (30 agosto, ore 18, Città di Castello, Loggiato della Pinacoteca comunale).
La storica collaborazione nell’ambito del teatro musicale tra Kurt Weill e il drammaturgo, regista e scrittore Bertolt Brecht sarà l’interessante soggetto di Mahagonny Songspiel, lo spettacolo con la regia di Giorgio Sangati e l’allestimento scenico di Alberto Nonnato che segna una nuova tappa della ormai pluriennale collaborazione tra il Festival e il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto A. Belli. In questa nuova coproduzione, i giovani cantanti che provengono dalla scuola di canto spoletina, accompagnati dal pianista Corrado Valvo, interpreteranno la Mahagonny Songspiel nella versione per pianoforte e voci di David Drew, introdotta da una selezione di canzoni di Weill e Hanns Eisler su testi di Brecht (30 agosto, ore 21, Umbertide, Teatro dei Riuniti).
Non può mancare un concerto di musiche del Kabarett, quella forma di spettacolo storicamente nata proprio negli anni Venti per coniugare teatro, commedia e canzone. Ad interpretare alcuni dei brani più autentici di quegli anni, sarà la voce carismatica e elegante di Ute Lemper, affiancata dal pianista Vana Gierig e dal bandoneonista Victor Villena nel concerto Berlin Kabarett Songs (31 agosto, ore 21, Città di Castello, Chiesa di San Domenico).
Per festeggiare il settantesimo compleanno di Salvatore Sciarrino, il Festival tornerà nelle sale degli Ex Seccatoi del tabacco con il Quartetto Prometeo: un anno dopo il concerto in omaggio ad Alberto Burri nel centenario della nascita, i suggestivi spazi allestiti dall’artista tifernate ospiteranno una serata musicale che prevede l’esecuzione del Quartetto n. 9 Ombre nel mattino di Piero e di una selezione dall’Esercizio della stravaganza di Sciarrino, oltre al Quartetto in fa maggiore di Ravel (1 settembre, ore 21, Città di Castello, Collezione Burri – Ex Seccatoi del tabacco).
Confermando la sua peculiare attenzione per la nuova musica, il Festival presenterà in prima esecuzione assoluta Ildegarda, uno spettacolo prodotto insieme ad Agon Acustica Informatica Musica con musiche inedite commissionate al compositore Francesco Maria Paradiso e testi di Guido Barbieri. Si tratta di un racconto per voce recitante, soprano, flauto e live electronics incentrato sulla storia di Hildegard von Bingen, un’affascinante figura di religiosa medievale che fu anche scrittrice, musicista, compositrice, filosofa, guaritrice, naturalista e molto altro. Emanuela Faraglia voce recitante, il soprano Pamela Lucciarini, Federica Lotti al flauto e Massimo Marchi, insieme a Stefano Alessandretti, per l’elettronica e regia del suono ne saranno gli interpreti (2 settembre, ore 18, Sansepolcro, Auditorium Santa Chiara).
L’attore Giampiero Mancini e l’Ensemble Umberto Giordano saranno i protagonisti delle Canzoni di Ludwig, un progetto volto a riscoprire un repertorio poco noto di Beethoven: degli arrangiamenti per trio e voci delle più importanti canzoni popolari di varie nazionalità. Lo spettacolo, partendo da una falsa lettera inventata dal musicologo Francesco Sanvitale, mostrerà un lato inedito del grande sinfonista di Bonn (2 settembre, ore 21, San Giustino, Cortile del Castello Bufalini).
Proseguendo nel percorso avviato lo scorso anno con la sonorizzazione live del grande cinema muto, il Festival dedicherà una serata alla proiezione con musica dal vivo di Die Büchse der Pandora (Il vaso di Pandora), il film di Georg Wilhelm Pabst con la splendida attrice americana Louise Brooks che, proprio a partire da questa sua sensuale interpretazione di Lulu, divenne una vera star del cinema. La pellicola, del 1929, è tratta da testi di Frank Wedekind, il drammaturgo tedesco che con la sua scrittura espressionista e i suoi personaggi ai margini e ‘contro’ la società, segnò profondamente l’immaginario negli anni a cavallo del secolo. Daniele Furlati, musicista che ha molto lavorato sulla relazione tra musica e cinema, eseguirà dal vivo al pianoforte le musiche in prima esecuzione assoluta, mentre Ivan Teobaldelli introdurrà la serata (3 settembre, ore 21, Montone, Chiesa di San Francesco).
Dalla Serenata op. 7 alla Symphonie Fröhliche Werkstatt, passando per una selezione di pagine dalla mozartiana Gran Partita, il programma del concerto dei Fiati di Parma diretti da Claudio Paradiso metterà in evidenza la fascinazione esercitata dalla musica di Mozart sulla creazione di Richard Strauss. Il concerto si svolge in collaborazione con la Fondazione Centro Studi Villa Montesca e in occasione del centenario della morte del Barone Leopoldo Franchetti (4 settembre, ore 18, Città di Castello, Parco di Villa Montesca).
Interamente dedicato alla grande musica tedesca – e affidato a una formazione specialista di questo repertorio – sarà anche il concerto dell’Athenäum Quartet, il quartetto d’archi composto da musicisti dei Berliner Philharmonker che proporranno il celebre Rosamund di Schubert, Minimax di Hindemith e il Quartetto in la minore op. 51 n. 2 di Brahms (4 settembre, ore 21, Città di Castello, Chiesa di San Domenico).
La musica di Richard Strauss tornerà come “colonna sonora” dello spettacolo Il borghese gentiluomo, riduzione della famosa commedia di Molière ad opera di Peppe Servillo, che sarà anche voce narrante dello spettacolo. L’Ensemble Berlin interpreterà il Divertimento per archi n. 1 in re maggiore KV 136 di Mozart, Till Eulenspiegel einmal anders!  nell’elaborazione di Franz Hasenöhrl e la suite delle musiche di scena di Der Bürger als Edelmann (Il borghese gentiluomo) nella versione di Guy Braunstein (5 settembre, ore 21, Città di Castello, Chiesa di San Domenico).
La vincitrice del Premio Alberto Burri 2016, la violista Maria Giulia Tesini, si esibirà al fianco del pianista Stefano Bezziccheri nel tradizionale concerto dedicato al giovane talento promosso dal concorso tifernate: il programma, dal romanticismo alla musica di oggi, prevede l’esecuzione di due pagine dal repertorio schumanniano, della Sonata per viola e pianoforte in fa maggiore op. 11 n. 4 di Hindemith e di Canto dalla trincea, un brano in prima esecuzione assoluta appositamente commissionato dal Festival al compositore tedesco Matthias Hopf (6 settembre, ore 18, Monte Santa Maria Tiberina, Castello Bourbon).
A quattro anni dalla sua ultima apparizione a Città di Castello, quando presentò al Festival la sonorizzazione della Battleship Potemkin, Michael Nyman e la sua band torneranno protagonisti al Festival con la prima italiana del progetto War Work: 8 songs with film, di cui il compositore inglese è autore, direttore e interprete. Si tratta di un ciclo di musiche strumentali e melodie su testi di poeti morti nella prima guerra mondiale, che scorre sulle immagini di un film realizzato a partire da sequenze selezionate negli archivi francesi, tedeschi e americani della Grande Guerra (6 settembre, ore 21, Città di Castello, Chiesa di San Domenico).
Con le musiche di Brahms e Hindemith – in particolare il Trio per violino, violoncello e pianoforte in do maggiore op. 87 del primo e il Quartetto per clarinetto, violino, violoncello e pianoforte del secondo – si misureranno il clarinettista Cosimo Linoci e il Trio Kleos formato da giovani musicisti che hanno frequentato i corsi di musica da camera nella precedente edizione del Festival (7 settembre, ore 18, Città di Castello, Loggiato della Pinacoteca comunale).
L’ormai consueto appuntamento con i grandi virtuosi del pianoforte vedrà quest’anno protagonista uno tra i più importanti interpreti tedeschi, Alexander Lonquich, recentemente insignito del Premio Abbiati 2017 come solista. Il suo recital sarà interamente dedicato a Schumann (7 settembre, ore 21, Città di Castello, Chiesa di San Domenico).
Il violoncellista Enrico Bronzi e il pianista Pierpaolo Maurizzi si esibiranno in duo in un concerto dal titolo Nel segno di Bach, omaggio al musicista maestro della forma fugata, in cui verranno eseguite la trascrizione di Ferruccio Busoni della bachiana Fantasia cromatica e fuga BWV 903, la Sonata op. 102 n. 2 di Beethoven e la Sonata op. 38 di Brahms, anch’essa caratterizzata da elementi tematici presi dall’Arte della fuga di Bach (8 settembre, ore 18, Citerna, Chiesa di San Francesco).
Spazio anche alla danza con Moving with Pina di e con Cristiana Morganti, una conferenza danzata sulla poetica, la tecnica e la creatività della Bausch. Da più di venti anni storica interprete del Tanztheater di Wuppertal, la Morganti eseguirà dal vivo alcuni estratti dal repertorio del teatro-danza di Pina, raccontandone l’universo dalla prospettiva del danzatore, alla scoperta del linguaggio di movimento della grande coreografa tedesca (8 settembre, ore 21, Città di Castello, Teatro degli Illuminati).
Il gran finale, come da tradizione affidato all’Orchestra della Toscana, sarà con una delle pagine più importanti della letteratura sinfonica tedesca, monumento della storia della musica: la Nona Sinfonia di Beethoven, che tra l’altro da molto tempo è assente dalla programmazione del Festival. A dirigerla sarà il maestro tedesco Leonid Grin, che sarà affiancato dal soprano Laura Andreini, dal mezzosoprano Chiara Chialli, dal baritono Mauro Borgioni e dal tenore Edoardo Milletti quali voci soliste, e dalla tifernate Corale Marietta Alboni preparata dal maestro Marcello Marini. Attraverso le eloquenti note dell’Inno alla gioia, si vuole così chiudere idealmente con una nota di speranza il progetto triennale dedicato al contesto culturale e musicale negli anni della Grande Guerra (9 settembre, ore 21, Città di Castello, Chiesa di San Domenico).


martedì 23 maggio 2017

Torna lo Stato padrone? in Formiche 23 maggio



Torna lo Stato padrone?

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Torna lo Stato padrone?
L'articolo dell'economista Giuseppe Pennisi
Circa tre anni fa, su Formiche.net, presi in prestito una celebre battuta del comico romano Ettore Petrolini: “Lo ‘charme’ delle privatizzazioni è tanto discreto e tanto fine che non si vede’” Allora si parlava ancora di privatizzazioni o, come io preferisco dire, di denazionalizzazioni. Tuttavia, man mano che passavano i mesi la stima di quanto si sarebbe privatizzato nel 2014 si restringeva. A fronte di un programma di circa 20 miliardi presentato il 21 novembre 2013 (e di un programma di almeno 60 miliardi delineato in uno studio di Glocus e dell’Istituto Bruno Leoni), all’inizio di febbraio 2014 (ossia poco prima che il Governo Letta venisse rimpiazzato dal Governo Renzi), l’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni aveva ridotto la stima a 8 miliardi. Poco dopo essersi insediato a Via Venti Settembre, il suo successore Pier Carlo Padoan ha detto che si sarebbe potuto fare di più, ha parlato di cessioni di quote di Enel ed Eni, nonché di Fincantieri. Non ha azzardato alcuna stima quantitativa. Non ha neanche indicato se lo Stato avrebbe ceduto a privati lo scettro della gestione delle holding menzionate; difficile parlare di privatizzazioni se la stanza dei bottoni continua a essere al ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Come avviene, anche quando, come nel caso della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), l’azionista pubblico ha ‘solo’ il 30% del capitale, quanto basta per dettare strategie e programmi.
Eravamo già allora ben lontani dalle stime di novembre 2013 secondo cui le prime dismissioni avrebbero riguardato una partecipazione non di controllo di Poste Italiane ed Enav (deliberata il 24 gennaio 2014 dal Consiglio dei ministri) a cui avrebbero fatto seguito, nei prossimi mesi, quelle di Sace e Grandi Stazioni (partecipata al 59,99% dalle Ferrovie dello Stato Italiane) e quote non di maggioranza di Stm, Fincantieri e Cdp Reti, nonché di Eni.
Nonostante nel biennio 2015-2016 a livello mondiale ci siano state privatizzazioni da record (oltre 531miliardi di euro), l’Unione Europea ha rallentato il passo e l’Italia ancora di più. Non sono mancate iniziative nel nostro Paese. Nel mese di febbraio 2015, il ministero dell’Economia e delle Finanze ha ceduto a primarie banche nazionali e internazionali, attraverso una procedura di vendita accelerata (accelerated book building), un pacchetto di azioni Enel pari al 5,74% del capitale della Società, riducendo la propria partecipazione dal 31,24% al 25,50%. Sono state delineate le attività preparatorie per la privatizzazione del gruppo Ferrovie, di intesa con la società e il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, al fine di individuare le modalità più idonee per la realizzazione della privatizzazione stessa. La realizzazione delle cessioni delle quote di Poste Italiane è stata conclusa nel mese di ottobre 2015 con buoni risultati. Si è completata la privatizzazione dell’Enav.
Nel contempo, tuttavia, lo Stato è intervenuto nel salvataggio di banche di medie dimensioni (Banca Etruria, Banca Marche e via discorrendo), in quello (peraltro ancora lontano dall’essere concluso) del Monte dei Paschi di Siena e forse anche di banche venete, un tempo floride.
È in questo quadro che occorre situare il convegno organizzato dalla Commissione Industria del Senato nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani il 22 maggio. Economisti, manager di imprese ad azionariato in parte pubblico e politici erano presenti. Come ha riferito Formiche.net in sede di resoconto dell’iniziativa, hanno animato le discussioni il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, il Presidente della Cassa depositi e prestiti, Claudio Costamagna, il presidente della Fincantieri, Giuseppe Bono, e studiosi come Fulvio Coltorti, ora docente alla Cattolica ma per molti anni responsabile dell’Ufficio Studi di Mediobanca, Massimo Florio della Statale di Milano e Franco Mosconi dell’Università di Parma, già braccio destro di Romano Prodi quand’era presidente della Commissione Europea.
In effetti, tranne un’eccezione (l’intervento di Giulio Tremonti), aleggiava un’atmosfera di ‘pubblico è bello’. In questa ottica, se ben gestita, l’impresa pubblica porta lauti dividendi all’erario e resiste meglio a crisi economiche. Anzi può essere il motore ‘promozionale’ o propulsivo del privato. “Se non avessimo privatizzato tanto in passato – era questo il mormorio nei corridoi di Palazzo Giustiniani – saremmo usciti meglio e prima dalla crisi”.
Nessuno parlava di apporto, spesso distorsivo, della regolamentazione che spesso implicitamente ed in alcuni casi esplicitamente, fornisce al pubblico. Non si celava una non piccola nostalgia dello Stato imprenditore, il politico ed il dirigente pubblicano delineano, plasmano ed attuano la politica industriale. Bureacrats are still in business: così era intitolato un volume della Banca mondiale sulle resistenze ad uscire di scena di coloro un tempo chiamati bojardi di Stato o sulla rapidità a tornarci appena se ne presenti l’occasione. Nonostante in Parlamento (ed in politica in generale) ci sia stato un drastico mutamento generazionale.

Resisterà l’euro alla tempesta che viene da Washington?in Impresa Lavoro 23 maggio



Resisterà l’euro alla tempesta che viene da Washington?
23 maggio 2017
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Così come è stata concepita, la moneta unica europea (l’euro) appare a rischio nonostante il Presidente della Banca centrale europea (Bce) ripeta che la crisi è superata. Sono stati in tanti a dirlo, sulla base dell’esperienza degli ultimi cinquant’anni, quando la si preparava; il vostro chroniqueur aveva all’epoca una rubrica quotidiana sul quotidiano Il Foglio in cui esprimeva perplessità e venne accusato di essere un agente CIA o KGB.  L’elenco potrebbe essere lungo. Alberto Alesina venne licenziato in tronco dal Ministero del Tesoro per avere espresso dubbi in un saggio accademico. In un lavoro con Enrico Spolaore e Romain e Romain Wacziarg, ha infatti anticipato conflitti anche armati sia all’interno dell’area dell’euro sia tra quest’ultima e i suoi vicini. Nouriel Roubini (considerato, a torto o a ragione, come l’economista che ha previsto con più precisione la crisi finanziaria iniziata nel 2007) ha affermato che «l’eurozona è alla vigilia di una vera e propria rottura: anche ove si riuscisse a ridurre il fardello del debito sovrano, non si riuscirebbe a tornare a tassi adeguati di competitività e di crescita; per molti Paesi i costi di restare nell’unione monetaria ne supererebbero di gran lunga i benefici». Conclusioni analoghe arrivano peraltro dalla lontana Asia: Hwe Kwan Chwo della Singapore Management University afferma che, da un lato, le vicende dell’eurozona negli ultimi anni hanno frenato i progetti (peraltro preliminari) di un’”area monetaria” nell’Asean (l’associazione degli Stati del Sud Est asiatico) e, dall’altro, hanno rafforzato il ruolo di transazione e di riserva di alcune monete asiatiche rispetto all’euro, oltre che al dollaro.
Nel mondo accademico Usa l’analisi di Roubini è ampiamente condivisa: importanti esponenti, prima di tutti Martin Feldstein (alla guida del comitato dei consiglieri economici di due Presidenti degli Stati Uniti oltre che per un trentennio del National Bureau of Economic Research, Nber), non hanno creduto che l’unione monetaria europea sarebbe durata a lungo. Più cauti gli ambienti istituzionali ufficiali quali Tesoro e Federal Reserve Board che non celano un certo scetticismo, pur sperando che si riesca a salvare “il soldato euro” in quanto la sua eventuale dissoluzione creerebbe un lungo periodo di caos nei mercati.
La crisi politica e istituzionale apertasi negli Stati Uniti, con la minaccia di empeachment del Presidente, potrebbe scatenare una tempesta a cui l’euro non reggerebbe. Come avvenne all’inizio degli Anni Settanta quando il ‘caso Watergate’ che portò alla dimissioni dell’allora Presidente Nixon travolse il ‘piano Werner’, primo progetto organico di un’unione monetaria europea.
Per questo motivo è utile leggere il lavoro Luciano Andreozzi e Roberto Tamborini, ambedue dell’Università di Trento. Il paper “Why Is Europe Engaged in an Inter-Dependence War, and How Can It Be Stopped?” (Perché l’Europa è in una guerra di interdipendenza e come può essere arrestata?) è il DEM Working Paper N. 2017/26 e dimostra che tra gli Stati Europei è in corso una “guerra di interdipendenza” (come previsto un quarto di secolo da Martin Feldstein e da Alberto Alesina, Enrico Spolaore e Romain Wacziarg). Quello di Andreozzi e Tamborini è un lavoro altamente teorico ma che descrive in modo acuto le tensioni all’interno dell’area dell’euro, tanto all’interno di ciascun Paese membro quanto tra Paesi e istituzione europea.