mercoledì 17 gennaio 2018

Trionfa l’ultimo Ciaikovski con Gergiev a Roma in Musica del 17 gennaio



Trionfa l’ultimo Ciaikovski con Gergiev a Roma

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CIAIKOVSKI Iolanta S. Trofimov, A. Markov, N. Mavlyanov, R. Burdenko, A. Zorin, Y. Vorobiev, I. Churilova, N. Yevstafieva, K. Loginova, Y. Sergeyeva, Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Valery Gergiev
Roma, Auditorium Parco della Musica, 13 gennaio 2018

Definita da Carlo Marinelli «una stanca ripetizione di moduli compositivi ed espressivi già impiegati ne La pulzella d’Orléans e ne La dama di picche, con l’aggiunta d’influenze dirette da Schiaccianoci, Iolanta, ultima delle dieci opere di Ciaikovski, è una delle meno eseguite, specialmente in Italia. Il giudizio di Marinelli e di altri (ad esempio, Robert Taruskin) ha pesato non poco nella circolazione limitata dell’opera. Tuttavia, a mia memoria, in questi ultimi anni Iolanta è stata vista ed ascoltata alla Scala, al Regio di Torino, al Massimo Bellini di Catania, alla Sagra Musicale Umbra, al Maggio Musicale Fiorentino ed all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Anzi, con la produzione dell’11-13 gennaio è la terza volta che appare a Santa Cecilia; nelle prime due, sul podio c’era Yuri Temirkanov, ora direttore onorario dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. La partitura si presta a letture assai diverse tra loro: nel 2016, al Maggio Fiorentino, Stanislav Kochanovsky l’ha interpretata come un lavoro precursore del simbolismo e di Debussy, mentre a Roma, Valery Gergiev, e prima di lui Temirkanov, l’hanno letta come ultimo, sublime, frutto del romanticismo russo.
Iolanta si presta ad un’esecuzione in forma di concerto, essendo in un atto (di poco più di un’ora e mezza) e non richiedendo complessi cambiamenti di scena. In questa produzione i cantanti, senza leggii, sono sul proscenio ed accennano a recitazione (come in una mise en espace); tra loro ed il coro c’è l’enorme organico sinfonico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con Valery Gergiev sul podio. Si tratta, in ogni caso, di un lavoro di non semplice interpretazione. Cosa vuol dire nella poetica di Ciaikovski l’apologo della figlia del buon Re René in una Aix-en-Provence di maniera del XV secolo? Da un lato — come afferma uno dei protagonisti — la favola ed i suoi simboli (le rose bianche e le rose rosse) rappresentano l’equilibrio «della carne e dello spirito» che, raggiunto nella grande scena d’amore della seconda parte dell’opera, costituisce la premessa per un lieto fine non di maniera. Ci può essere, però, anche una lettura meno banale: così come lo Schiaccianoci (nelle versioni più moderne) viene visto come l’allegoria di un’iniziazione erotico-sessuale (piuttosto che un raccontino natalizio per educande), Iolanta è la scoperta graduale della diversità (la cecità per la figlia del Re René, l’omosessualità per Ciaikosvki) tramite un rapporto amoroso completo (quindi «di carne» e «di spirito»); Iolanta supera la propria condizione acquisendone consapevolezza tra le braccia di Vaudémont, mentre per il compositore la realizzazione della sua condizione è l’anticamera di quello che probabilmente è stato un suicidio imposto (ed anche assistito). Non conduce quindi all’equilibrio tra «carne» e «spirito», ma al Diavolo (specialmente per un russo ortodosso del XIX secolo, per il quale omosessualità e suicidio sono anatema). Nella seconda parte dell’opera e nel finale non manca un genuino afflato religioso.
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Siamo, senza dubbio, al massimo della perizia tecnica di Ciaikosvki; gli impasti cromatici mirabilmente declinati in ariosi, romanze, cori ed un lungo duetto diatonico possono essere letti come una raffinata, ma fredda, scrittura alle soglie del liberty (siamo nel 1892) e della Secessione, del simbolismo, oppure come una confessione drammatica in cui anche il grande concertato a dieci voci e coro del finale assume tratti di un inno alla gioia vagamente amaro: dunque un’interpretazione romantica. Interpretazioni a metà strada — si pensi a quella di Mstislav Rostropovich con l’Orchestre de Paris — lasciano insoddisfatti.
Nel rispetto rigoroso dei tempi (l’esecuzione non dura un secondo di più o di meno dei 91 minuti previsti dall’autore), non cede ad alambicchi floreali, ma sin dall’introduzione in cui dominano gli archi ed i fiati (resa così simile a quella del Tristano) accentua la drammaticità della rivelazione della diversità, tema centrale nella seconda parte del lavoro, preparandola accuratamente nella prima parte. Eccellente l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, in particolare i legni e gli ottoni.
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Ha avuto a sua disposizione un cast di grande livello: bravissimi, oltre che belli, la coppia Iolanta-Vaudémont (Irina Churilova e Najmiddin Mavlyanov), eccellenti René (Stanislav Trofimov), Robert, il duca di Borgogna (Alexei Markov), Ibn-Hakia, il medico arabo (Roman Burdenko) ed anche i ruoli minori, Alméric (Andrei Zorin), Bertrand (Yuri Vorobiev), Marta (Natalia Yevstafieva), Brigitta (Kira Loginova), Laura (Yekaterina Sergeyeva). Di grande rilievo non solo i brani più noti, come il duetto d’amore ed il concertato finale, ma anche l’arioso con cui viene introdotto e caratterizzato il personaggio del duca di Borgogna. Un cast nettamente superiore a quello ascoltato nel 2016 al Maggio Musicale Fiorentino e recensito sul n. 277 di MUSICA. Auditorium pienissimo e vere e proprie ovazioni al termine del concerto.
Giuseppe Pennisi

martedì 16 gennaio 2018

I numeri chiave delle pensioni in Formiche 16 maggio



I numeri chiave delle pensioni

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Prima di mettere mano a un sistema previdenziale molto complesso e molto delicato, occorre basarsi su dati chiari. L'analisi dell'economista Giuseppe Pennisi
Le pensioni sono uno degli elementi principali di questa campagna elettorale e, a prescindere dagli esiti delle elezioni del 4 marzo, lo saranno nella prima parte della prossima legislatura.
Quali che siano le riforme da adottare, occorre basarsi su dati chiari prima di mettere mano ad un sistema previdenziale molto complesso e molto delicato. Altrimenti, non lo si renderà più efficiente e più equo, ma si rischia di aumentare inefficienze ed iniquità. In queste note, si è già visto come il collegamento dell’età legale minima della pensione all’aspettativa di vita rende il sistema fortemente regressivo perché le fasce ad alto reddito, una volta superato, il capo dei 65 anni di età hanno un’aspettativa di vita più lunga, ed in migliori condizioni, delle fasce a basso reddito. Ove a ragione di una lunga emergenza economica e finanziaria, il sistema previdenziale NDC (attualmente in vigore in Italia) non fornisse un pilota automatico tale da segnalare agli individui quando andare in pensione, sarebbe più equo (e più efficiente) un nesso tra requisiti minimi per il pensionamento e il numero di anni in cui si è contribuito al sistema.
Tuttavia, il nodo centrale è se il sistema previdenziale è o non è al collasso e sta o non sta portando al collasso la finanza pubblica italiana. I dati chiave scaturiscono non tanto dalle aggregazioni Istat (ripetute dall’Ocse , dal Fondo monetario e dalla Commissione Europea poiché l’Istat è l’unica fonte da loro utilizzata) ma dall’analisi certosina dei bilanci INPS fatta dal centro studi Orizzonti Previdenziali, guidato dall’ex sottosegretario Alberto Brambilla.
Il primo dato errato riguarda il rapporto tra spesa previdenziale e PIL: non il 18% rispetto ad una media europea inferiore al 15%. Il rapporto è molto più basso se – come sarebbe appropriato  – si deducono le spese assistenziali dal totale e le imposte pagate dai pensionati sulle loro annualità (in molti Paesi che adottano il sistema contributivo NDC o le pensioni sono esenti da imposte o vengono pagate sulla parte dell’annualità previdenziale che eccede i contributi versati, per evitare doppia imposizione sulle stesse poste contabili). Nei consuntivi per il 2016 (quelli per il 2017 saranno disponibili solo tra quattro-cinque mesi), la spesa ‘previdenziale’ vera e propria diminuisce da 218 miliardi di euro a 150 miliardi di euro, quindi a meno del 12% del Pil, una delle più basse, in termini di incidenza, dei Paesi industrializzati ad economia di mercato. Nel 2016, i contributi dei ‘futuri pensionati’ sono stati 197 miliardi, ossia con un saldo attivo netto significativo, 47 miliardi.
Inoltre, su 16,1 milioni di pensionati oltre il 51% sono totalmente o parzialmente assistiti dalla fiscalità generale, cioè da tutti i contribuenti. Inoltre ben 8,2 milioni sono assistiti totalmente (oltre 4 milioni) o parzialmente (altri 4) tramite pensioni sociali, assegni sociali, invalidità, accompagnamento, pensioni di guerra (1,5 miliardi dopo oltre 70 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale), maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, 14esima mensilità, social card e dal prossimo anno anche con il reddito di inserimento (Rei). Coloro che pagano 50 miliardi di imposte sono quelli che, da lavoratori attivi, più hanno contribuito alle entrate dello Stato e delle autonomie locali. Quindi, le vere e proprie campagne contro “i pensionati d’oro o d’argento” non solo non hanno base ma ove avessero successo procurerebbero un danno all’erario.
Cosa concludere? Quella che sta esplodendo non è la spesa previdenziale in senso stretto ma una parte grandissima della spesa sociale impropriamente classificata come previdenziale a circa trent’anni dalla normativa che separò assistenza da previdenza. La spesa assistenziale di 110 miliardi ed è netta, perché su queste prestazioni non ci sono imposte.
Questi dati meritano di essere sviscerati e dibattuti su Formiche.net. Al fine di agevolare il compito di chi dovrà mettere mano all’assistenza sociale e se del caso alle pensioni.
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L’omaggio di Salisburgo a Gioacchino Rossini. Intervista con Cecilia Bartoli in Artribune 16 gen



L’omaggio di Salisburgo a Gioacchino Rossini. Intervista con Cecilia Bartoli
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16 gennaio 2018
A centocinquant’anni dalla morte, Gioacchino Rossini è protagonista del Festival di Pentecoste, a Salisburgo. Ne abbiamo parlato con la direttrice, Cecilia Bartoli.
Cecilia Bartoli. Photo © Uli Weber - Decca
Mozart era morto da tre anni quando, il 29 febbraio 1792 (anno bisestile), mentre infuriava la Rivoluzione francese, nacque Gioacchino Rossini. Rossini, come è noto, si mise in pensione (dalla composizione di opere) a 37 anni a ragione di una grave depressione ma, superatala, visse a Passy, nei pressi di Parigi, sino all’età di 76 anni. Il 2018 è il centocinquantenario dalla morte. In Italia sembra se ne siano ricordati un numero relativamente modesto di fondazioni liriche (Palermo, Cagliari, Venezia, Napoli, Trieste) e il circuito lombardo di “teatri di tradizione”. Tra le fondazioni liriche solamente tre hanno programmato nuovi allestimenti. La Cenerentola del circuito lombardo è una produzione nuova di zecca.
Non lo hanno dimenticato, invece, il Festival di Salisburgo e una delle maggiori cantanti rossiniane e manager musicale,
Cecilia Bartoli (ha venduto oltre dieci milioni di dischi e di video, numerosi dedicati al compositore pesarese). Oltre a un’intensa attività professionale come cantante, la Bartoli è dal 2012 direttore del Festival di Pentecoste (il suo predecessore è stato Riccardo Muti), incarico rinnovatole sino al 2020. Il festival è quest’anno dedicato a Rossini e avrà luogo dal 2 al 18 giugno. Il suo “pezzo forte” (una nuova produzione de L’Italiana in Algeri) sarà ripresa al festival estivo, sempre a Salisburgo (dal 20 luglio al 31 agosto), e in numerosi altri teatri.
Cecilia ha voluto dedicare il festival a Rossini, autore da lei amatissimo e di cui è una grandissima interprete (al Rossini Opera Festival ci si ricorda ancora della sua straordinaria interpretazione de La Scala di Seta quando era giovanissima).
Wolfgang Rihm, Die Eronberung von Mexico – Festival di Salisburgo 2015 – © Salzburger Festspiele – Monika Rittershaus
L’INTERVISTA
Come legge il significato di questo anno “rossiniano”?
La vera scintilla che mi ha ispirato nella programmazione della manifestazione è aver realizzato che la prima mondiale de I Maestri Cantori di Norimberga è avvenuta l’anno stesso della morte di Rossini. Mi sorprese che due pianeti musicali, spesso considerati differenti, avessero avuto un punto in comune. E ho continuato a studiare cosa avvenne nel 1868: Rossini è stato con me per tutta la mia vita, sin dal mio debutto a Roma nel 1967. È sempre stata una gioia tornare a lui, perché la sua musica rende felici. Sono orgogliosa di potergli dedicare il festival che dirigo nel centocinquantenario della sua morte.
Da quando è alla guida del Festival di Pentecoste a Salisburgo, ogni anno è stato dedicato a una figura femminile: Cleopatra, Norma, Cenerentola, Maria (in Ariodante), Ifigenia. Come si colloca Isabella (protagonista de L’Italiana in Algeri) in questo contesto?
È la prima volta che interpreto il ruolo e non vedo l’ora di essere sul palcoscenico. Isabella non è una principessa da racconto fiabesco, ma una donna intelligente e forte che si comporta in modo emancipato e moderno.
Ci sono riferimenti all’attualità?
Assolutamente no. Non ho forzato alcun riferimento alle vicende di questi tempi. Nel libretto ci sono cliché come il fato di una bella donna bianca nelle mani di nordafricani molto maschilisti. Sarebbe un peccato prendere il testo troppo alla lettera e non porre l’accento sulle doti atemporali de L’Italiana, ad esempio come Isabella riesce a utilizzare il suo umorismo e la sua intelligenza nello sviluppo dell’intreccio. Lavorerò con due registi, Moshe Leiser e Patrice Caurier, con cui, a Salisburgo, ho già realizzato Giulio Cesare in Egitto (2012), Norma (2013) e Iphigénie en Tauride (2015) Sono due artisti meravigliosi, il cui lavoro è incredibilmente preciso e acuto e la cui cultura musicale è eccellente. Le scene non sono mai costruite solo sul libretto ma sulla musica. Ciò ha un doppio impatto, in quanto rispecchia sia il testo sia la partitura.
Jedermann al Festival di Salisburgo 2015 – © Salzburger Festspiele – Forster
Il direttore d’orchestra, Jean-Claude Spinosi, è stato già ospite del Festival di Pentecoste; nel 2014 ha concertato sia la Cenerentola sia Otello (di Rossini). Come lavora con lui?
Ci conosciamo da tanti anni. È un grande partner e la sua orchestra è fantastica. È una vera gioia interpretare Rossini con lui alla bacchetta e un’orchestra come la sua: tutto diventa chiaro, luminoso e pieno di bollicine, come una coppa di champagne.
Tutti i musicisti di fama diventano disponibili quando li cerca. Come li attrae a Salisburgo?
È il risultato di una lunga carriera. Quando si fa musica, non si è mai soli; si è circondati da vari musicisti che lavorano insieme in modo molto intenso. Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti grandi artisti e utilizzo i miei contatti. Coloro che invito a Salisburgo sono persone che conosco bene e ho una chiara idea del programma che voglio eseguire con loro. Il nostro scopo comune è di promuovere l’eccellenza e creare qualcosa di rimarchevole e prezioso.
Il 1868 è anche l’anno della prima assoluta de La Périchole di Jacques Offenbach, che è nel programma del festival per un’unica sera in versione da concerto. Cosa ci dice oggi questo capolavoro dell’opera comica?
Ammetto che non ho mai osato accostarmi a Offenbach, anche se forse un giorno lo farò. Il compositore può essere visto come un’estensione di Rossini in un Paese diverso e soprattutto in un’epoca differente. Ha la leggerezza e l’effervescenza essenziale all’opera comica.
Giuseppe Pennisi
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Festival di Salisburgo
Cecilia Bartoli. Photo © Uli Weber - Decca

A 125 anni dalla morte del compositore due orchestre e sei serate in Il Sussidiario 16 gennaio



Čajkovskij/ A 125 anni dalla morte del compositore due orchestre e sei serate
Un grande avvenimento a Roma per aprire il 2018: al Parco delle Musica, nel grande auditorium ‘Santa Cecilia’ per commemorare Cajkovskij. GIUSEPPE PENNISI 16 gennaio 2018 Giuseppe Pennisi
Un momento del festival all'Accademia Santa CeciliaUn momento del festival all'Accademia Santa Cecilia
Un grande avvenimento a Roma per aprire il 2018: al Parco delle Musica, nel grande auditorium ‘Santa Cecilia’ (oltre 3000 posti) due orchestre, tra le prime del mondo quella dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e quella del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo – dall’11 al 16 gennaio sono state protagoniste di un breve festival (sei intense serate) per commemorare Cajkovskij in occasione dei 125 anni dalla morte del compositore considerato tra i più rappresentativi dell’epoca romantica. L’Orchestra dell’Accademia ha eseguito l’ultima opera del compositore Iolanta, mentre quella del Teatro Mariinskij le sei sinfonie. Sul podio in tutte le sei serate  un grande maestro della musica e della tradizione russa come Valery Gergiev, 
Il festival ha preso il via con Iolanta, opera in un atto incentrata sulla vita di Iolanda d’Angiò, ispirata al dramma di Henrik Hertz La figlia del re René. Una vicenda storica che Cajkovskij ambienta in un’atmosfera fiabesca, che complice anche la ricca orchestrazione, esalta la vicenda della bella principessa che riacquista la vista grazie alla potenza dell’amore. E’ lavoro di non semplice interpretazione. Da un lato – come afferma uno dei protagonisti dell’azione scenica - la favola ed i suoi simboli (le rose bianche e le rose rosse) rappresentano l’equilibrio “della carne e dello spirito”, che, raggiunto nella grande scena d’amore della seconda parte dell’opera, ha la premessa per un lieto fine non di maniera. 
Ci può essere, però, anche una lettura meno banale: così come Schiaccianoci (nelle versioni più moderne) viene visto come l’allegoria di un’iniziazione erotico-sessuale (piuttosto che come un raccontino natalizio per educande), Iolanta è la scoperta graduale della diversità (la cecità per la figlia del Roi René, l’omosessualità per Ciajkosvkij) tramite un rapporto amoroso completo (quindi “di carne” e “di spirito”); Iolanta supera la propria condizione acquisendone consapevolezza tra le braccia di di Vaudémont, mentre per il compositore la realizzazione della sua condizione è l’anticamera di quello che probabilmente è stato un suicidio imposto (ed anche assistito). 

Due anche le possibili letture musicali. Siamo al massimo della perizia tecnica di Ciajkovski; gli impasti cromatici mirabilmente fusi con ariosi, romanze, cori ed un lungo duetto diatonico possono essere letti come una raffinata, ma fredda, scrittura alle soglie del liberty, quindi come lavoro anticipatore del simbolismo oppure come una confessione drammatica in cui pure il grande concertato a dieci voci e coro del finale assume tratti di un inno alla gioia vagamente amaro, dunque interpretazione romantica.
Due anni fa, al Maggio Musicale Fiorentino, Stanislav Kochanovskyla l'ha interpretata come un lavoro precursore del simbolismo e di Debussy. A Roma , Valery Gergiev e prima di lui Temirkanov (nel 1985 e nel 2001) l'hanno letta come ultimo sublime frutto del romanticismo russo e precorritrice di quello che sarebbe sta il tardo romanticismo tedesco. A mio avviso, la seconda interpretazione è la più corretta.

Il cast è di grande livello: bravissimi, oltre che belli, la coppia Iolanta- Vaudemont (Irina Churilova e Najmiddin Maviyanov), eccellenti il Roi René (Stanislav Trofinov), il Duca di Borgogna (Alexei Markov), il medico arabo (Roman Burdenko) ed anche i ruoli minori (Andrei Zorin) , Yuri Vorobiev, Natalia Yevstafieva, Kira Loginova, Yekaterina Sergeyeva.Un cast nettamente superiore a quello ascoltato nel 2016 al Maggio Musicale Fiorentino. Nella lettura intensa di Gergiev, in orchestra acquistano uno smalto particolare i legni e gli ottoni. Ottimo, come sempre il coro diretto da Ciro Visco. In una sala stracolma, ovazioni il 13 gennaio al termine dell’esecuzione.
L’omaggio a Cajkovskij  è continuato con l’esecuzione integrale delle sei sinfonie eseguite dall’Orchestra del Teatro Mariinskij - una delle più antiche e prestigiose al mondo, della quale Gergiev è Direttore Principale e Direttore Generale Artistico dal 1988 - presente nelle stagioni ceciliane sin dal 1993.
Domenica 14 gennaio, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha ospitato la cerimonia di apertura del Festival “Stagioni russe” patrocinato dal governo della Federazione Russa e sotto la supervisione del Ministero della Cultura russo.  Il programma del concerto ha compreso la Sinfonia n.1Sogni d’inverno” e la Sinfonia n. 6Patetica”.  composte da Cajkovskij rispettivamente dopo pochi mesi dal diploma di composizione - la Prima Sinfonia - e negli ultimi mesi di vita la Sesta. Tra i due estremi, si snoda l’opera di Cajkovskij e il continuo contrasto tra il successo e il tormento interiore che non abbandonò mai il compositore. 
Lunedì 15 gennaio è in programma la Sinfonia n. 2Piccola Russia”, nella quale il lirismo caratteristico della vena compositiva di Cajkovskij si sposa con i numerosi richiami alla musica tradizionale russa e la Sinfonia n. 5 scritta nell’estate del 1888 dopo il superamento di un periodo di crisi creativa. 
Martedì 16 gennaio, il Festival si conclude con un’ultima coppia di sinfonie, costituita dalla prima esecuzione romana della Sinfonia n. 3 “Polacca”, composta nel 1875 – l’unica delle sei scritta in cinque movimenti – e dalla Sinfonia n. 4 che vide luce nei due anni seguenti che coincisero con l’incontro tra Cajkovskij e la baronessa von Meck, ricca appassionata di musica che divenne per quattordici anni fedele mecenate e amica del compositore.
Ottime ambedue le orchestre nelle loro diversità; più smagliante quella dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dai colori e dalle tinte più ‘russe’ quella del Teatro Mariinskij.
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