domenica 25 giugno 2017

Rigoletto nel restor a 5 stelle in Formiche 25 giugno



Rigoletto nel resort a cinque stelle
Rigoletto nel resort a cinque stelle
Il teatro dell’opera, per molti aspetti forma di spettacolo del passato e frequentato per lo più da pantere grigie, deve rinnovarsi per sopravvivere. Interessante quanto sta facendo la fondazione del Teatro lirico di Cagliari (città di 150mila abitanti). Da un lato, sta tessendo un’alleanza con una rete di teatri americani: negli Stati Uniti, i teatri sono privati, e, tranne poche eccezioni, i costi di produzione più contenuti che da noi. Da un altro, collabora strettamente con i privati e porta l’opera di qualità nel più elegante resort della costa occidentale della Sardegna.
In questo primo anno di collaborazione con gli Usa prevede, tra le altre cose, la realizzazione di tre nuove produzioni che valorizzano l’opera lirica italiana in un contesto mondiale. Il progetto è stato inauguro alla New York City Opera (31 marzo – 1, 4, 5 aprile 2017) dove è stata rappresentata La campana sommersa di Ottorino Respighi, una nuova produzione del lirico che, dopo il grande successo ottenuto nell’aprile 2016 a Cagliari, consentirà al pubblico americano di ascoltare un’opera che manca a New York dal trionfale debutto del 1928. Il 23, 27, 29 aprile ha debuttato all’Opera Carolina di Charlotte, La fanciulla del West di Giacomo Puccini, una nuova coproduzione internazionale tra Teatro lirico di Cagliari, Opera Carolina, New York City Opera e Teatro del Giglio di Lucca, con la collaborazione dei Teatri di Pisa e Livorno. Dopo Charlotte la produzione sarà alla New York City Opera nel settembre 2017, al Teatro lirico di Cagliari ad ottobre e quindi in Toscana. Terza opera, in cooperazione con la War Memorial Opera House di San Francisco (dove la cui prima assoluta è stato un trionfo) e con il Teatro Regio di Torino, il 24 novembre debutterà in Italia La Ciociara di Marco Tutino dal romanzo di Alberto Moravia e dal film di Vittorio De Sica. Nell’estate 2017 debutterà a Cagliari e nei diversi siti archeologici della Sardegna la terza nuova produzione internazionale: L’ape musicale di Lorenzo Da Ponteun “ghiribizzo musicale” alla città di New York, dove venne rappresentata il 20 aprile 1830 al Park Theatre, al suo arrivo negli Stati Uniti. Con fondi europei, Cagliari ha avviato un’importante azione di valorizzazione dei principali siti archeologici isolani, che hanno le caratteristiche tecnico-naturali per ospitare spettacoli di teatro in musica.
Dei vari aspetti di collaborazione con i privati, il più interessante è quello con il Forte Village a Santa Margherita di Pula. Accanto al resort è stata costruita la Forte Arena, per spettacoli musicali. L’arena è strutturata in modo modulare affinché possa accogliere da 2.500 spettatori (per la lirica) a 5mila per i concerti più popolari. Il Village, che contribuisce al Teatro anche utilizzando l’art bonus, non propone opera “ciabattona da spiaggia” come quelle che vengono spesso offerte da compagnie itineranti, ma produzioni di qualità, con bacchette ed interpreti di fama internazionale, perché il pubblico del Forte Village viene da tutto il mondo ed i prezzi dei biglietti non sono inferiori a quelli dei maggiori festival europei (Salisburgo, Aix-en-Provence).
L’opera inaugurale è stata, il 10 giugno, Rigoletto di Giuseppe Verdi. Non è un nuovo allestimento con aspetti innovativi; nasce da un’idea di Alberto Fassini realizzata, per la parte registica da Joseph Franconi Lee e con scene e costumi di Alessandro Ciammarughi. Le scene sono state adattate ad un vasto palcoscenico, con al centro una piattaforma rotante, a cielo aperto. La parte musicale merita un elogio per le difficili condizioni in cui hanno operato gli artisti: il 10 giugno era una serata molto umida a differenza della sera del 9 quando la prova generale si è svolta in condizioni migliori. Donato Renzetti, pur in condizioni difficili, ha concertato con grande abilità sottolineando i momenti melodici ed il contrappunto. Come sempre, di grande qualità l’orchestra del Lirico cagliaritano.
I protagonisti erano interpreti di grande nome e di grande richiamo. Rigoletto era Leo Nucci che ha dimostrato ancora una volta di essere un cantante ed un attore che sa come presentare tutte le sfumature della parte. La Gilda di Barbara Bargnesi ha eccelso in Caro nome, aria che è un punto di transizione nella scrittura verdiana e che precorre La Traviata. Molti gli applausi a scena aperta. Nucci e Bargnesi, a grandissima richiesta dei 2.500 spettatori hanno bissato Sì vendetta, tremenda vendetta! al termine del secondo atto prima di gettarsi (senza interruzione) nell’impervio terzo atto. Antonio Gandìa è un Duca dalla voce generosa, timbro chiarissimo e squillo puro. Bravi Cristian Saitta (Sparafucile) e Martina Serra (Maddalena). Al Monterone di Gocha Abuladze gioverebbe giungere ad un registro ancora più cupo.
antonio-gand%c2%bca-il-duca-di-mantova
dcim100mediadji_0259-jpg
barbara-bargnesi-gilda-leonora-sofia-giovanna
antonio-gand%c2%bca-il-duca-di-mantova
dcim100mediadji_0259-jpg
barbara-bargnesi-gilda-leonora-sofia-giovanna
antonio-gand%c2%bca-il-duca-di-mantova
dcim100mediadji_0259-jpg
barbara-bargnesi-gilda-leonora-sofia-giovanna

Perché Angela Merkel resta in pole position in Formiche 25 giugno



Perché Angela Merkel resta in pole position
Perché Angela Merkel resta in pole position
L'articolo dell'economista Giuseppe Pennisi
Ho passato circa una settimana in Germania – principalmente a Lipsia (dove erano in corso due festival musicali, uno dedicato a Johannes Sebastian Bach ed uno a Richard Strauss), ma anche a Monaco per scambiare idee con i colleghi del CESifo, il centro di ricerca ormai divenuto il ‘brain trust’ economico del governo Merkel.
Ci sono tutti i segnali che per la quarta volta ‘la ragazzina’, come la chiamava Helmut Josef Michael Kohl, anche lui più volte Cancelliere (dal 1º ottobre 1982 al 27 ottobre 1998) vincerà a 62 anni le elezioni e sarà per la quarta volta alla guida della Repubblica Federale Tedesca. Lo dicono non solo i successi elettorali nei vari Lānder del Paese ma i sondaggi. Ad esempio, lo studio effettuato il 7-8 giugno alla ARL –Deutsland Trend afferma che il 64% dei potenziali elettori si dicono soddisfatti di come ha governato dal 2005 ad oggi. Lo scarto è di ben ventotto punti percentuali rispetto al tasso di gradimento di Martin Schulz, Presidente del Partito Socialdemocratico e suo concorrente al Cancellierato.
Quali sono gli elementi di un successo che un anno fa era parso declinare? È infatti l’unico leader europeo che non solo ha retto bene le difficoltà del Continente (specialmente quella causate dal terrorismo): François Hollande ha preferito uscire di scena. Matteo Renzi si è impegnato a farlo (in caso di esito negativo al referendum costituzionale), non lo fatto ma sta passando da sconfitta a sconfitta, Theresa Mayer (è comunque fuori dall’Unione Europea UE) ha preso anche lei dagli elettori una brutta bastonata. Emmanuel Macron è giunto quasi all’improvviso sulla scena nazionale e provenendo da una grand’école sa che deve studiare ed imparare prima di scendere in campo. In breve , i suoi potenziali concorrenti per una leadership europea sono progressivamente spariti. Ed all’interno, Martin Schulz ha visto giorni migliori ed il suo partito ha una forte concorrenza a sinistra.
Angela Markel, soprattutto, non hai fatto chiassose e roboanti campagne elettorali nella consapevolezza che ‘il buon governo ’ è l’arma elettorale più efficace. Quando nel 2005 collaborai al primo numero di Formiche mensile e cartaceo, ero a Berlino ed ebbi la possibilità di analizzare i preparativi apparentemente lunghi per la formazione della ‘grande coalizione’. Come scrissi all’epoca la ‘ragazzina’ di Kohl volle arrivare, con tenacia e perseveranza, non solo ad un programma di governo dettagliato e condiviso ma ad uno in cui i punti essenziali di tutti i principali disegni di legge fossero concordati. Era la ricetta per il ‘buon governo ’ e per ‘il governo efficace’.
Manfred Günner direttore dell’istituto di analisi economica Forsa ma nel primo lustro del secolo consigliere economico del Cancelliere Social Democratico Gerhard Shröder, quindi – come dire – dall’altra parte della barricata, sottolinea che ‘i tedeschi sanno che ora stanno meglio di quanto non stessero nel 2005. Angela Merkel viene vista come la persona che ha fatto superare alla Germania (e non solo) la crisi finanziaria del 2008 e quella della moneta unica nel 2013. Michael Kunert dell’Istituto Infratest Dimap aggiunge: ‘La scelta di Schulz di dare priorità alla ridistribuzione rispetto alla crescita si è rivelata fatale. Basti pensare che solo il 38% degli elettori del partito ecologista si dichiarano pronti a votare Schulz e ben il 24% degli iscritti al Partito Social Democratico si dicono pronti a votare Merkel’.
Angela Merkel è stata particolarmente abile in politica internazionale e nel trattare temi che preoccupano molto i tedeschi: le implicazioni per l’Europa della vittoria di Trump e della Brexit, la questione dei migranti, le tensioni politiche con la Turchia, le relazioni complicate con la Russia. Bastino due esempi: a) al G7 di Taormina del 26-27 maggio è stata la sola a tener testa a Trump, per poi tendergli una mano il 20 giugno proponendogli un trattato commerciale bilaterale USA-UE; b) la questione dei rifugiati, ormai quasi sparita dai media tedeschi, in cui , ogni volta che riappare, la Merkel si affretta a dire che ha appreso le lezioni del passato.

Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni, Donald Trump, Angela Merkel
Shinzo Abe, Angela Merkel, Theresa May, Palolo Gentiloni, Donald Tusk
Angela Merkel, Paolo Gentiloni, Emmanuel MAcron, Donald Trump

giovedì 22 giugno 2017

"Arabella" o l'incanto dell'amore in tempo di crisi": il festival di Lipsia in Il Sussidiario 20 giugno



OPERA/ "Arabella" o l'incanto dell'amore in tempo di crisi": il festival di Lipsia
A Lipsia sono in corso due festival: uno dedicato a Bach nel quadro delle celebrazioni luterane, ed uno a Richard Strauss. Di quest'ultimo presentiamo Arabella. GIUSEPPE PENNISI
20 giugno 2017 Giuseppe Pennisi
Foto di Kirsten NijhofFoto di Kirsten Nijhof
A Lipsia (circa 500.000 abitanti ad un’ora e mezzo da Berlino) sono in corso due festival: uno dedicato a Bach nel quadro delle celebrazioni luterane, ed uno a Richard Strauss. Soffermiamoci su quello straussiano: in un fine settimana vengono presentate tre opere dirette dallo stesso concertatore Ulf Schirmer (noto in Italia per la sua frequente presenza alla Scala): “Arabella”, “Salome”, e “La Donna Senz’Ombra”. Si tratta di un vero e proprio tour de force. Tranne il secondo, sono titoli poco rappresentati in Italia, quindi mi soffermerò su il primo ed il terzo. ‘Arabella’ manca dalle nostre scene da oltre un quarto di secolo, mentre nell’ultimo trentennio ‘La Donna senz’Ombra’ si è vista in due produzioni differenti alla Scala ed in due a Firenze.
Cominciamo con Arabella. Nel febbraio 1992, recensendo l’ultima messa in scena in Italia di “Arabella” (alla Scala -  alcune rappresentazioni nell’ambito di una tournée dell’Opera di Monaco di Baviera), l’allora critico musicale del “Corriere della Sera” Duilio Courir parlò di “incanto dell’amore”. Un qualificativo azzeccato, mentre ancora oggi c’è chi scrive, a proposito di questa magnifica commedia lirica, “il bazar sublime di ogni possibile ed impossibile impegno vocale” (come scrisse Fedele D’Amico), parla di Sklerosenkavalier ove non di Prostatenkavalier
Non mancano alcune assonanze con il Rosenkavalier (che la precedette di un quarto di secolo). Richard Strauss era quasi settantenne quando, dopo un lungo periodo di gestazione e la morte del poeta-librettista-coautore (Hugo von Hofmannsthal) la “commedia lirica in tre atti” andò in scena a Dresda nel 1933. Ciò non toglie che “Arabella” è forse la commedia in musica più deliziosa del Novecento, indubbiamente quella che meglio tratteggia l’innamoramento di un quarantenne per una ventenne in un contesto storico di crisi politica ed economica (l’Austria battuta dalla Prussia nel 1866 nel libretto, la composizione e la messa in scena negli “anni difficili” 1928-1933).
La vicenda è a mezza via tra nostalgia e commedia dei sentimenti. La storia è quella di una famiglia nobile sull'orlo della bancarotta che, nella Vienna degli anni immediatamente successivi alla guerra austro-prussiana (periodo, quindi, di incertezza politica e di dissesti finanziari non troppo distanti dai nostri anni, non solo dell’epoca quando venne concepita), gioca le ultime carte puntando su un buon matrimonio della figlia Arabella per salvare una situazione assai compromessa. 
Per questa ragione la sorella più giovane, in attesa che un ricco cavaliere si presenti per Arabella, è costretta a vivere travestita da ragazzo. Nasce in questo modo l'equivoco sul quale si fonda lo svolgimento degli accadimenti scenici; uno svolgimento da teatro leggero, trattato, con grande eleganza, dalla penna di Hofmannsthal, si conclude con un lieto fine. 
Il cavaliere, Mandryka, è un maturo gentleman from overseas, ricco possidente (non solo terriero ma anche industriale) di quella Croazia allora considerata dai viennesi come ai confini del malmesso Impero. Arabella ha corteggiatori tra aristocratici più o meno spiantati (cantati da un tenore, un baritono ed un basso) della capitale. L’amore con il croato Mandryka è a prima vista.
Viene turbato da equivoci a proposito del giovanotto (in effetti, la sorella di Arabella travestita). Ma si risolve tutto in dolcezza. E con una musica del tutto nuova ed innovativa (per un settantenne, senza dubbio in pieno vigore): un organico ristretto, addio per sempre ai wagnerismi (a cominciare dai Leitmotif), nessuna concessione alla dodecafonia, una scrittura come detto acutamente Mario Bortolotto nel suo saggio su Strauss, fatta di “schegge e tessere sonore” che “scorrono, riapparendo in momenti del tutto imprevedibili” in cui anche i ritmi di danza (valzer lento, polacca, valzer brillantissimo) hanno una funzione importante.
L’edizione vista ed ascoltata a Lipsia – il cui teatro d’opera presenta ogni anno circa 40 titoli di lirica e 10 di balletto ed ha un tasso medio di riempimento del’80% - ha debuttato nel giugno 2016 e si prevede verrà replicata per una decina di anni. La regia è di Jan Schmidt-Garre, le scene di Heike Scheele ed i costumi di Thomas Kaiser. Nell’immenso palcoscenico, sei elementi scenici (ciascuno con praticabili) mostrano varie parti dell’albergo che si ricompongono in un’unica unità nella scena finale. L’epoca non è certo il 1868. Si potrebbe essere negli Anni Ottanta del Novecento dati i costumi e le caratteristiche dell’albergo - come le luci al neon ed il mobilio dell’albergo che potrebbe essere l’Hotel Berlin sulla Unter den Linden, luogo storico sia perché frequentato dagli alti papaveri della Repubblica Democratica Tedesca sia perché pieno, ad ogni angolo, di microspie. Potrebbe essere anche un luogo imprecisato dell’Europa del malessere di questi anni.  La via d’uscita è “l’incanto dell’amore”; in questa, come in altre opere (“Elena Egizia”, “Intermezzo”, “La Donna senz’Ombra”, “L’Amore di Danae”), per Strauss il solo incanto possibile è quello dell’amore coniugale.
Sul podio, Ulf Schirmer guida l’orchestra della Gevandhaus una cooperativa di musici, che risale al Medioevo e dispone anche di un auditorium per la sinfonica. E’ una delle formazioni migliori d’Europa e sfoggia la sua perizia con gli intrecci della difficile scrittura orchestrale. Impossibile citare tutti i 17 solisti. Arabella è l’americana Betsy Horne, da anni in Germania dove canta “Der Rosenkavalier” nei maggiori teatri di Berlino; voce calda, passionale ma anche dolcissima. Mandryka è il baritono di agilità Thomas Mayer. Grandissimo il loro duetto finale. Tra gli altri, spicca il mezzo soprano, Olena Tokar, applauditissima nel ruolo en travesti della sorella più giovane di Arabella, Zdenka, vestita da ragazzo adolescente, ma in piena esplosione ormonale; ne sa qualcosa Matteo, Markus Francke, unico tenore di rilievo della serata. Il Conte Waldner, che vuole risolvere i suoi problemi finanziari dando Arabella in sposa, è un grande nome del teatro musicale tedesco, Jan-Hendrik Rootering ma la sera del 16 giugno era corto di volume.
© Riproduzione Riservata.
Guarda anche

Strauss: cosa vuol dire oggi "La donna senz'ombra"? in Il Sussidiaro 22 giugn0o



OPERA/ Strauss: cosa vuol dire oggi "La donna senz'ombra"?
Cosa voleva significare negli anni della prima guerra mondiale Die Frau ohne Schatten (“La Donna Senz’Ombra”) di Hugo von Hofmannsthal e Richard Strauss? GIUSEPPE PENNISI
22 giugno 2017 Giuseppe Pennisi
Foto © Kirsten Nijhof
Cosa voleva significare negli anni della prima guerra mondiale Die Frau ohne Schatten (“La Donna Senz’Ombra”) di Hugo von Hofmannsthal e Richard Strauss? E cosa vuole dire oggi, circa un secolo dopo la sua prima messa in scena a Vienna nel 1919? Strauss considerava quest’opera il suo capolavoro assoluto. Quando, durante la seconda guerra mondiale, veniva invitato a dirigere Der Rosenkvalier (“Il Cavaliere della Rosa”) si scherniva dicendo che era uno lavoro troppo lungo, e, quindi, troppo faticoso per un uomo che viaggiava verso l’ottantesimo compleanno. Diceva agli amici: “però, se mi chiedessero dirigere Die Frau ohne Schatten, forse risponderei di sì”. Eppure Die Frau ohne Schatten è più lunga e molto più complessa (sotto il profilo orchestrale e vocale) di Der Rosenkavalier.
Die Frau ohne Schatten viene rappresentata molto raramente in Italia. Viene spesso detto che una delle ragioni per la scarsa presenza di Die Frau ohne Schatten nel nostro Paese è da imputarsi al costo dell’operazione: cinque grandi protagonisti, una schiera di comprimari (un totale di circa 25 solisti), un doppio coro, un organico orchestrale smisurato, un allestimento scenico che prevede un impianto a due livelli, trasformazioni a scena aperta, una cascata e via discorrendo. Ma osservazioni analoghe si possono fare anche per la pucciniana Turandot. 
Viene anche detto che il libretto è troppo macchinoso e troppo denso di simboli per essere compreso. In effetti, il nodo di fondo è che agli italiani non piacciono le favole. E Die Frau ohne Schatten è, in primo luogo una favola, solo apparentemente complicata. Per comprenderla non è necessario, leggere il denso epistolario tra Hofmannsthal e Strauss pubblicato in italiano dall’editore Adelphi circa vent’anni fa e forse neanche il mirabile saggio di Mario Bortolotto La Serpe in Seno. Non occorre addentrarsi nelle molteplici fonti e nei simboli dei numerosi personaggi, di cui uno solo ha un nome (Barak, il tintore) mentre gli altri sono indicati per la loro funzione o per una loro caratteristica (L’Imperatore, l’Imperatrice, la Donna, la Nutrice, Il Messaggero degli Spiriti, il Guardiano del Tempio, lo Storpio, il Cieco, il Monco e così via).
Il filo dell’apologo è lineare e ci conduce facilmente attraverso uno spettacolo che, intervalli compresi, dura oltre quattro ore: un uomo ed una donna non sono tali se non hanno figli – i quali, a loro volta, sono il nesso tra passato e futuro: senza figli, tanto gli uomini tanto le donne restano in un eterno presente senza significato (e senza storia) e in una nube di noia. La gioia (ed avere figli è la gioia suprema) si ha, però, unicamente al termine di uno percorso iniziatico pieno di sofferenze. Paternità e maternità, da un canto, e gioia grazie alla sofferenza, dall’altro, colpiscono tutti. Le due coppie al centro della vicenda sono, da un lato, il giovane e bell’Imperatore e la giovane e bella Imperatrice, e, dall’altro, un povero tintore con tre fratelli disabili e la di lui donna. 
La prima coppia non può generare perché l’Imperatrice non ha un’ombra (quindi non è una donna completa). L’altra perché troppo stanca e stressata dalle fatiche quotidiane per poter fare l’amore. L’Imperatrice riesce, con un sotterfugio suggeritole dalla sua mefistofelica nutrice, a carpire l’ombra dalla donna, creando, però, a quest’ultima ed al suo Barak sofferenze ancora più gravi di quelle che avevano nella loro condizione precedente. La truffa – dell’ombra – non salva neanche la coppia imperiale, perché avviene troppo tardi. La salvezza viene dalla comprensione del dolore che Imperatore e Imperatrice hanno causato alla donna senz’ombra e dal tentativo di aiutare Barak e sua moglie. La compassione dei Cieli a questo punto non può non intervenire: risolvere i problemi di ambedue le coppie e trasformare il coro dei bambini non nati con cui termina il primo atto in un coro di bambini che stanno nascendo nel grandioso finale.
Hofmannsthall e Strauss pensavano senza dubbio alle esigenze di rinascita nell’Europa distrutta dal primo conflitto mondiale: non per nulla nella loro opera precedente – Ariadne auf Naxos –avevano cantato, in piena guerra mondiale, la vittoria di Eros su Thanatos. Il messaggio è più che mai attuale oggi in un Continente vecchio e che sta invecchiando sempre di più ed in cui l’edonismo vacuo sembra avere la prevalenza su quella vera gioia per giungere alla quale occorre soffrire. Un Continente dove la denatalità è una piaga di cui ci si ricorda solamente quanto ne vengono diramate le statistiche.
Ulf Schirmer e la Gewanhausorchester hanno fornito un’esecuzione mirabile, pari a quella , in studio, di Karl Boehm quando la stereofonia era ad i suoi inizi
Non solo alcune parti vocali sono davvero impervie, ma ci sono momenti di estrema difficoltà: nel quartetto tra il messaggero, la nutrice, Barak e la donna, due personaggi cantano simultaneamente in scena e due sono fuori scena - ciò comporta grandi difficoltà per mantenere l’equilibrio tra le voci e tra esse e l’orchestra.
Lo spettacolo del 18 giugno (a cui ho assistito e che concludeva il Festival Strauss) è stato turbato da una malattia della protagonista (La Donna di Barak), Jennifer Wilson, che è anche il ruolo vocalmente più arduo. Lo si è risolto sostituendola con Elena Pankatrova, che, arrivata pochi minuti dall’inizio, ha cantato sul lato del palcoscenico mentre un attrice recitava in scena. La Pankatrova, che colpì il pubblico italiano nel 2010 al Maggio Musicale Fiorentino, conosce la parte a puntino ed è forse uno dei rari soprani che oggi può impersonare il ruolo, ma non la regia di Balàzs Kovalik. 
Prima di andare alla parte più squisitamente teatrale, occorre ricordare che Strauss amava molto le voci femminili. In La Donna Senz’Ombra, si ha la massima esaltazione delle vocalità femminile: al soprano drammatico (La Donna) si affiancano il soprano lirico (L’Imperatrice, Simone Schneider) ed il mezzosoprano tendente al contralto (La Nutrice, Karin Lovelius). L’intreccio delle loro voci (e di altre dodici donne in personaggi minori) ha dato esiti mirabili anche grazia all’ottima acustica del teatro dell’opera di Lipsia.
Tra le voci maschili spicca il baritono Franz Grundheber (Barak), il quale è anche un grandissimo attore che, in modo commovente, giustappone la propria semplice ma genuina sofferenza a quella dell’Imperatore (il tenore Burkhard Fritz): ambedue, ad un certo momento della vicenda, credono di essere traditi dalle proprie mogli.
La regia (Balàsz Kovalik) segue fedelmente il libretto e gli effetti speciali richiesti (discesa del mondo dell’Imperatore a quello dei poveri, terremoti, incendi, animali parlanti - o meglio cantanti - , fontane da cui sgorga acqua, incendi, ponte che collega il mondo celeste e quello umano e sotto cui cammina l’intera umanità. Le scene (di Heike Scheele) ed i costumi (Sebastian Ellrich) sono quasi atemporali per significare l’universalità del messaggio. Ad esempio, il salone con statue neoclassiche e la sala da pranzo del Palazzo dell’Imperatore rievocano la Germania guglielmina dell’epoca di Bismarck, mentre il quartiere dove vivono Barak e la moglie un’area di case popolari di quella che trent’anni fa doveva essere la Germania dell’Est.
Un palcoscenico enorme ed attrezzato con ascensori (le scene, costruite salgono e scendono) rende tutto questo possibile.
In Italia, esistono unicamente tre teatri che possono ospitare uno spettacolo così elaborato. Che uno di loro si faccia avanti.
© Riproduzione Riservata.