mercoledì 25 aprile 2018

La quiete prima della tempesta (finanziaria) in Formiche del 25 aprile


La quiete prima della tempesta (finanziaria)
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La quiete prima della tempesta (finanziaria)
Si addensano nubi nere di una crisi finanziaria prossima futura: che programmi hanno a riguardo le varie forze politiche che si stanno cimentando per guidare l’Italia? L'analisi di Giuseppe Pennisi
Il dibattito sulla formazione del nuovo governo, un dibattito che si protrae da diverse settimane, ha oscurato numerosi temi di economia e finanza internazionale. Tra questi uno su tutti merita di essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica: si stanno addensando nubi nere di una crisi finanziaria prossima futura. La quiete apparente dei mercati finanziari in questa primavera e le modeste reazioni alle minacce di una guerra commerciale nascondono la preparazione di una bufera. Una testata moderata come The Economist afferma che i mercati finanziari oggi assomigliano ad uno di quei film dell’orrore dell’epoca di Alfred Hitchcock, ad esempio L’uomo che sapeva troppo , che inizia con una piacevole vacanza di famiglia in nord Africa e termina con brividi alla Royal Albert Hall.
Sotto il profilo tecnico l’aspetto più preoccupante è l’aumento dello spread tra il tasso interbancario del dollaro a tre mesi sul mercato di Londra (una delle definizioni del Libor) e l’indice dello swap overnight (Ios). Di norma, il differenziale è impercettibile, appena lo 0,1% ma nella settimana che sta per terminare oscilla tra lo 0,6% e lo 0,7%. Il differenziale è un indicatore del rischio percepito dalle banche nel fare operazioni l’una con l’altra; per esempio, al momento del fallimento di Lehman Brothers toccava il 3,6%, Inoltre, l’indice di volatilità del mercato (Vix) è aumentato rapidamente in febbraio per poi rientrare in marzo ed aprile. I tre indicatori suggeriscono che gli operatori sui mercati azionari avvertono che il quadro si sta facendo più difficile. L’incremento moderato dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, e la fine annunciata del Quantitave Easing (Q.e) nell’eurozona avvengono, per di più, in un momento di rallentamento dell’economia reale, considerato inevitabile perché l’economia americana cresce da otto anni (una delle più lunghe fasi di espansione degli ultimi settanta anni) e la seconda maggiore economia mondiale (quella cinese) è anche essa in un periodo di indebolimento.
A questi elementi, si aggiunge la considerazione che negli anni dell’espansione mondiale (a cui l’Italia è riuscita ad agganciarsi solo tardi e male), né i Paesi industrializzati ad alto livello di reddito medio né quelli in via di sviluppo sono riusciti a ridurre il peso dei loro debiti pubblici. Dati del Fondo monetario internazionale (Fmi) documentato che nei Paesi ad alto reddito, in media lo stock di debito pubblico dal 2012 non scende al di sotto del 103% del Pil, un livello che non si conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale; paradossalmente, il debito pubblico comincia a mordere (anche se di poco) pure in Arabia Saudita (dove era un fenomeno sconosciuto) a causa del ribasso dei corsi del petrolio. Il debito dei Paesi a basso reddito è mediamente pari al 46% del loro Pil – un aumento di 14 punti percentuali rispetto al 2012. Nelle classifiche del Fmi , il Paese più indebitato è il Giappone (240% del Pil); tra i “grandi” Paesi (escludendo Grecia, Cipro e simili), l’Italia è il secondo in classifica.
Se lo spread Libor-Ios indica un focolaio di crisi nei mercati azionari, il debito pubblico suggerisce che la miccia potrebbe essere nei mercati obbligazionari a causa del timore di un default di questo o quello, per di più in una fase in cui le banche si guardano con diffidenza.
Il prossimo governo (quale che sia la sua struttura e composizione) dovrà cimentarsi con questi nodi. Che programmi hanno le varie forze politiche che si stanno cimentando per guidare l’Italia?
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domenica 22 aprile 2018

I tre macigni che complicano la scelta di Mattarella in il Sussidiario 23 aprile


FINANZA E GOVERNO/ I tre macigni che complicano la scelta di Mattarella
Oggi Mattarella dovrebbe prendere una decisione riguardo le mosse da intraprendere per arrivare alla formazione di un Governo. Ci sono dei problemi con lo aiutano. GIUSEPPE PENNISI 23 aprile 2018 Giuseppe Pennisi
Sergio Mattarella (Lapresse)Sergio Mattarella (Lapresse)
Oggi 23 aprile si attende la decisione del Capo dello Stato dopo le 48 ore di riflessione prese al termine del poco fruttuoso giro di perlustrazione da parte della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati nella qualità di esploratore. Si prospetta un incarico analogo al Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico. Mentre l'incarico alla Alberti Casellati aveva l'obiettivo di esaminare le possibilità di un Governo M5S-Centrodestra, quello a Fico avrebbe come obiettivo principale studiare se ci sono le condizioni per un "contratto di governo" M5s-Pd. Il Capo dello Stato potrebbe anche rompere gli indugi e conferire un pre-incarico a personalità di grande prestigio, e di grande esperienza politica, con il compito di verificare le possibilità di un Governo sostenuto da tutti i maggiori schieramenti, a ragione della gravità della situazione internazionale e delle crescenti preoccupazioni di finanza pubblica che gravitano sul Paese. 
Questa ipotesi è aumentata tra sabato e domenica quando è apparso palese che la sentenza di primo grado sulla cosiddetta "trattativa Stato-Mafia", ha avuto effetti opposti quelli immaginati, in un primo momento, dal "capo politico" del M5s; invece di indurre la Lega a uscire dalla coalizione di centrodestra, l'ha spinta a stringersi ancora di più a Forza Italia, nella convinzione di acquisirne parte degli elettori, man mano che, anche e soprattutto per ragioni anagrafiche, Berlusconi si allontana dalla politica attiva. In tal caso, M5s resterebbe con il classico cerino accesso e non avrebbe altra strada che quella di un accordo con il Pd per quello che sarebbe un "governicchio", a ragione di una maggioranza molto risicata e dei contrasti interni ai democratici. Mentre Salvini e la Lega aspetterebbe in riva al fiume l'esito dei risultati non tanto delle elezioni regionali in Molise e Friuli-Venezia Giulia, quanto di quelle in giugno in cui milioni di italiani andranno a votare per rinnovare migliaia di amministrazioni comunali.
È su questo sfondo che si pongono i problemi di finanza pubblica che incombono sull'Italia che, in questi giorni, non solo le forze politiche (assorbite dalle trattative per la formazione del Governo), ma anche la grande stampa sembrano se non ignorare quanto meno non dare a essi il rilievo che meriterebbero.
Il primo riguarda l'economia internazionale, ma tocca specificatamente l'Italia. Al termine di una delle più lunghe fasi di espansione dopo la Seconda guerra mondiale, si sta approssimando un rallentamento che potrebbe essere l'inizio di una nuova recessione. Il Fondo monetario internazionale e il Centro studi Confindustria prevedono un leggero scivolo verso una graduale, ma breve, contrazione del Pil mondiale. L'Italia, anche per le politiche adottate e seguite negli ultimi anni, non è stata in grado di agganciarsi alla ripresa mondiale e ora rischia di essere trascinata in una nuova recessione. 
Più preoccupato e più preoccupante il quadro delle maggiori agenzie di rating: guardare i mercati finanzari - scrive tacitaniamente ed eloquentemente The Economist nel fascicolo del 21 aprile - vuol dire assistere a un film dell'orrore. Vi risparmiamo i dettagli. In sintesi, il "governicchio" sarebbe alle prese con severe difficoltà sul fronte sia del sistema bancario (alla prese con crediti deteriorati, incagliati e non esigibili), sia del quello della valutazione del nostro debito pubblico e dei nostri titoli di stato. Già "il gruppo degli otto" Stati dell'Unione europea esprime dubbi sulla validità di valutare al nominale i nostri titoli di Stati nella pancia della Banca centrale europea.
Il secondo riguarda la strada verso il consolidamento della finanza pubblica. Subito dopo le elezioni - occorre ricordarlo - è giunta all'Italia una lettera della Commissione europea che esprime perplessità sulle legge di bilancio 2018, e a maggiore ragione sui conti previsionali per il 2019 e 2020. Appena insediato il "governicchio" dovrebbe fare una "manovra di aggiustamento" di circa 15 miliardi unicamente per il 2018 (in corso) e prevedere misure severe per il 2019 e 2020. Ciò vorrebbe dire incidere pesantemente su provvedimenti in essere cari al Pd e su provvedimenti futuri in bella vista nelle proposte elettorali del M5s. Non certo il modo migliore per iniziare un matrimonio più di interessi (politici e legittimi) che di amore (Pd e M5s si sono scambiati insulti negli ultimi cinque anni),
Il terzo riguarda il debito pubblico. Con l'adesione all'euro, il beneficio in termini di riduzione del costo del servizio è stato cospicuo: nel 1996 pagammo 115 miliardi di euro (equivalenti) di interessi sul debito; nel 2006, 66 . Non abbiamo fatto buon uso di questo vantaggio e oggi il nostro debito pubblico, in rapporto al Pil, è al 132%, il secondo (dietro quello giapponese) tra i grandi Paesi industriali; il 30% è nelle mani di non residenti; la durata media è 6,11 anni. Un "governicchio" potrà trovare e iniziare la strada per uscirne?
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giovedì 19 aprile 2018

Shostakovich/ "Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk": sangue e orgasmo in Il Sussidiario 20 aprile


Shostakovich/ "Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk": sangue e orgasmo
Il San Carlo di Napoli merita di essere congratulato per avere portato in Italia l’allestimento, nato ad Amseterdam, di Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk. GIUSEPPE PENNISI 20 aprile 2018 Giuseppe Pennisi
Foto Luciano Romano
Il San Carlo di Napoli merita di essere congratulato per avere portato in Italia l’allestimento, nato ad Amseterdam, di Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk di Dmitri Shostakovich. Un allestimento crudo e violento, fatto di sangue ed orgasmo, che ha destato, come era prevedibile, polemiche e contrasti ma che meglio di altri rispecchia lo spirito del lavoro. Un’opera di rara esecuzione in Italia anche a ragione del grande organico orchestrale e vocale che richiede ma che negli ultimi quindici anni ho avuto la fortuna di vedere del vivo in due differenti Festival Maggio Musicale Fiorentino, al Festival delle Notte Bianche a  San Pietroburgo ed al Festival di Salisburgo con bacchette come Chung, Bichkov, Giergiev, e Jansons - ciascuna delle quali ha dato un proprio taglio personale al lavoro. In effetti, è un’opera più da Festival che da ‘stagione’ o da repertorio. Un motivo in più per lodare il San Carlo, dove Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk si vista solo due volte, nel 1964 e nel 2000.
Parlai dell’opera su questa testata l’estate scorsa in una corrispondenza da Salisburgo. In breve, messa all'indice da Stalin in persona nel 1936, nonostante l'ancor giovane Dmitri Shostakovich fosse quasi il "compositore di corte" della Mosca dell'epoca, è forse il dramma in musica con più sesso e violenza estrema della prima metà del Novecento. Supera la stessa Lulu di Berg che è schiettamente erotica (ma non sessuale). 
La Lady di Shostakovich, tratta da un racconto breve di Nicolai Leskov, è tutta sesso e sangue. Il compositore aveva tra i 25 ed i 27 anni quando adattò, in gran parte di proprio pugno, il racconto e lo mise in musica; da pochi mesi si era sposato con Nina Varzar, con cui già da diversi anni aveva un rapporto fortemente passionale. Nel difendersi dalle accuse, che portarono al ritiro dalle scene ed al rimaneggiamento sostanziale dell'opera (decenni più tardi), sostenne che il lavoro non tratta della degenerazione dell'amore in violenti, rapporti puramente sessuali ma della natura stessa dell'amore che, "frustrato dalle condizioni esteriori della vita", deve giungere a "farsi spazio con l'omicidio". Occorre dire che il racconto di Leskov, improntato ad un naturalismo di fine ottocento, è ancora più trucido: include l’omicidio, da parte della protagonista e del suo amante, anche di un bambino di dodici per una questione di eredità dei (già assassinati) suocero e marito.
La protagonista, Katerina Ismailova, ha sposato un mercante e possidente locale, ma, nella noia della provincia, è concupita dal vecchio suocero e trova sempre più inutile il marito il quale sembra essere impotente. Cade nelle braccia dell’operaio Sergej. Con quest'ultimo uccide dapprima il suocero e poi il marito. I due finiscono, come è d'uopo, all'ergastolo in Siberia. Nel viaggio verso la colonia penale, un nuovo ménage à trois: Sergej, Katerina ed un'altra ergastolana, Sonetka, di cui l’operaio si è invaghito. Katerina la uccide, e si uccide, gettandosi con lei in un  lago quando si accorge che Sonetka è la preferita e Sergej giunge a truffarla di un paio di calze. In effetti, Katerina è l'unico personaggio analizzato a tutto tondo e sostanzialmente positivo; gli altri sono poco più che caratterizzazioni della società borghese che Lenin e Stalin volevano distruggere. In diversi momenti, la musica è pervasa da ironia proprio nei confronti della borghesia. Shostakovich chiamava il lavoro ‘tragedia-satira’; in effetti, è una ‘tragedia’ (se non altro per il numero di omicidi in scena) ma è anche una ‘satira’ nei confronti del ceto sociale che lo stesso compositore, da buon comunista, disprezzava , pur amando lo champagne (russo) e gli abiti eleganti.
L'ira di Stalin non cadeva sulla vicenda, né sul libretto quanto mai esplicito (per il teatro in musica degli anni trenta). Il racconto era già stato oggetto di un film di successo, perfettamente accettato dal ‘regime’ L'ira era con la partitura, chiamata "caos non musica". Scrittura difficile, che richiede un grande organico ed è intrisa del linguaggio del Novecento allora più moderno, incluso il jazz di cui Shostakovich era un grande culture; la musica accentua il sesso ed il sangue con la ferocia degli ottoni (chiamati a sottolineare gli amplessi) e l'arditezza delle soluzioni timbriche. Utilizza richiami a canti e cori popolari nonché alla "musica futurista" russa che aveva appassionati  in quegli anni prima di essere schiacciata dalla stalinismo. Richiede un enorme organico orchestrale, diciotto solisti in venti ruoli, un grande coro e frequenti cambiamenti di scene. Richiede soprattutto una direzione incalzante, veloce, a volte ruvida ma pronta al tempo stesso a scivolare in afflati lirici negli intermezzi.
A Napoli , la regia di Martin Kušej, uno dei più noti registi austriaci, la scena essenzialmente unica, di Martin Zehetgruber ed i costumi contemporanei di Heider Keister pongono l’accento sulla tragedia (una tragedia di sesso e sangue) più che sulla satira. La scena unica è una teca trasparente che diventa di volta in volta la magione degli Ismailov e vari locali del palazzetto, la fabbrica, la caserma della polizia e numerosi esterni, grazie a rapidi siparietti e veloci cambiamenti di attrezzeria. L’azione drammatica è diretta con grande abilità e con enfasi sui giochi quasi ginnici di corpi (spesso seminudi). Sia per la lingua sia per la destrezza fisica il coro maschile del Mariinskij di San Pietroburgo (guidato da Andrei Petrenko) è stato chiamato a dare man forte a quello del San Carlo(diretto da Marco Faelli). I quattro atti sono stati divisi in due parti, con i più lunghi primo e secondo atto nella prima parte ed i più brevi terzo e quarto nella seconda. Ciò ha fornito una maggiore coerenza drammaturgica rispetto ad altre produzioni, ma un certo squilibrio tre le due ore della prima parte e poco più di un’ora nella seconda.
Jurai Valcuha dirige con grande perizia l’orchestra del San Carlo. A differenza di altri concertatori che ho ascoltato dal vivo dirigere Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk , all’orgasmo ed al sangue (che non manca) aggiunge un elemento lirico di pietas per gli sfortunati protagonisti. La sera che ho visto ed ascoltato l’opera la protagonista Katerina era interpretata da Elena Mikhailenko, un soprano drammatico di grande livello, con un volume wagneriano tale da avvolgere platea e palchi del San Carlo, un fraseggio perfetto, ed in grado di sostenere a lungo gli acuti e di recitare con abilità. Il suo Sergej era Ladislav Elgr, un tenore boemo dal timbro leggermente brunito, meno squillante di quello, ad esempio, di Brandon Jovanovich che la scorsa estate ha interpretato il ruolo a Salisburgo, Dmitry Ulyanov è un baritono di grande scuola, nel ruolo di Boris, il libidinoso suocero; ha interpretato più volte questa parte e sa darle un tocco di malignità. Ludovit Kudha è Zinovi, suo figlio e marito di Katarina; un bravo tenore lirico che incarna bene un impotente. Nonostante appiana solo al quarto atto merita una menzione  Julia Gertseva, sensuale amante di Sergej sulla via della Siberia ed ultima vittima di Katarina. Bravi tutti gli altri.
Grande meritato successo.
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Commercio mondiale. Un’alleanza contro la Cina in Formiche 18 aprile


Commercio mondiale. Un’alleanza contro la Cina
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Commercio mondiale. Un’alleanza contro la Cina
Da pochi giorni, l’amministrazione americana si è rivolta all’Omc perché si riesamini se e in che misura Pechino è divenuta un’economia di mercato
Ai primi di maggio sapremo se le controversie ora in atto esploderanno in una guerra commerciale con risvolti rovinosi per tutti, anche e soprattutto per gli Stati Uniti che hanno lanciato la prima pietra. L’amministrazione Trump, in effetti, ha preso tempo sino all’inizio del prossimo mese per decidere se porre “dazi di ritorsione” anche nei confronti della siderurgia e metallurgia dell’Unione europea (Ue). Non ci sono state, sino ad ora, reazioni ufficiali da parte dei maggiori Stati dell’Unione – ricordiamo ancora una volta che loro le parti contraenti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) – né della Commissione europea che, in base al Trattato di Roma, ha il compito di condurre i negoziati commerciali multilaterali su delega degli Stati Membri dell’Ue. Non si possono considerare tali vaghe proteste contro il protezionismo e in favore del libero scambio. Tanto più che la Ue ha da sempre difficoltà ad impartirle ad altri, principalmente a ragione del complesso regime di organizzazioni dei mercati e di montanti compensativi che costituiscono l’asse portante della politica agricola comune.
Tuttavia, sottotraccia, si sta muovendo qualcosa che potrebbe fare cambiare rotta alle minacce dell’amministrazione Trump, e alle misure già prese da Washington nei confronti della Cina. È ormai chiaro a tutti che il contenzioso tra gli Stati Uniti e la Cina non riguarda il commercio che in modo superficiale. Il vero obiettivo è il “taroccamento” di prodotti ad alta tecnologia americani ed europei brevettati, e protetti, dalla normativa internazionale sulla proprietà intellettuale. Su questo fronte, Stati Uniti , Europa ed i principali Stati dell’Asia e dell’America Latina hanno gli stessi obiettivi e gli stessi interessi da difendere. Per gli Usa, la disinvoltura, ove non le vere e proprie rapine di proprietà intellettuale da parte della Cina, sono particolarmente amare anche perché Pechino ha blindato le proprie reti nei confronti di Apple, Google, Amazon e Facebook, i quattro “grandi” dell’high tech, e ha creato giganti analoghi (spesso copiando quelli Usa) per il proprio mercato, nonché mirando a quello di altri Paesi asiatici ed ora anche europei (si pensi all’aggressività di una grande azienda cinese delle vendite on line come Ali Baba.
La Cina, ricordiamolo, è diventata membro dell’Omc il 15 dicembre 2001, dopo lunghi negoziati in cui il suo maggiore sostenitore erano proprio quegli Stati Uniti con cui oggi Pechino è ai ferri corti. Washington vedeva nella Cina un grande mercato potenziale per le proprie esportazioni sulla base di stime dell’aumento del tenore di vita della popolosissima Repubblica Popolare. Gli altri principali Stati dell’Omc avevano perplessità poiché non ritenevano che l’immenso Paese fosse un’economia sufficientemente “di mercato”. Pechino accettò all’epoca di effettuare una serie di drastiche riforme non solo in materia di commercio internazionale di merci ma soprattutto di servizi (banche, assicurazioni) e di aprirsi al resto del mondo. L’ammissione fu, per così dire, in via provvisoria; ogni anno, la Cina si doveva assoggettare a una analisi (da parte degli organi dell’Omc) dei progressi in materia di liberalizzazioni interne e internazionali. Da allora, la Cina è stata deferita circa 200 volte agli organi Wto su singole vertenze relative alle sue prassi commerciali. Da pochi giorni, l’amministrazione americana si è rivolta all’Omc perché si riesamini se e in che misura la Cina ha mantenuto gli impegni assunti nel 2001 ed è divenuta un’economia di mercato. La richiesta è di espellere la Repubblica Popolare dall’Omc.
Su questa richiesta si sta formando una vera e propria grande coalizione, in primo luogo di altri Stati dell’area del Pacifico. C’è poi un forte supporto della comunità accademica e intellettuale americana interessata agli scambi mondiali. Non che si voglia giungere all’espulsione della Cina dalle regole che governano il commercio mondiale; esempi del lontano passato insegnano che i suoi comportamenti potrebbero diventare ancora più “pirateschi”. Pechino, però, teme questa ipotesi perché equivarrebbe a essere messa alla porta della vasta comunità dei Paesi considerati “civili” e potrebbe trovarsi a dover fare fronte a una levata di barriere contro i suoi prodotti e le sue aziende. Una “grande coalizione” porterebbe la Cina a osservare le regole commerciali e quelle in materia di proprietà intellettuale più di quanto non faccia adesso. La silente Ue dovrebbe battere un colpo.
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